domenica 29 ottobre 2017

Uno sguardo panoramico sulla Scienza Cognitiva

Il mondo accademico occidentale, per quanto riguarda le scienze dell'uomo, è diviso in due sottoinsiemi: analitico e continentale. Il primo corrisponde al pensiero di matrice anglofona, il secondo a quello prodotto originariamente nell'Europa continentale. Al di là dei conflitti tra l'uno e l'altro, causati dal senso di appartenenza a una tradizione piuttosto che a un'altra, la differenza consiste in una questione di stile, a un modo di procedere e di argomentare. A lungo, soprattutto per ragioni pregiudiziali, i due mondi non hanno comunicato tra loro. La separazione, non riguarda soltanto la filosofia, ma anche, ad esempio, la psicologia e la psichiatria. Perciò, da un lato avremo la psicoanalisi e la psichiatria esistenziale che afferiscono al pensiero continentale, nutrendosene, e , dall'altro la psicologia cognitiva (o cognitivo-comportamentale) e sistemico-relazionale che gravitano attorno a quello analitico. Il rinnovato interesse per la materia – effetto del successo delle neuroscienze e dell'IA – funge da calamita per entrambe le linee di tendenza, prospettando un futuro di dialogo e di condivisione, invece che di dissidio. Su questo terreno comune s'installa la Scienza Cognitiva, destinata secondo alcuni a catalizzare gli studi sulla mente umana. Ciononostante, allo stato dell'arte, non si coglie il senso della SC se non si entra un po' nel meccanismo del sistema analitico.




Con la locuzione Scienza Cognitiva tradizionalmente s'intende l'esagono cognitivo formato da: 1) filosofia della mente; 2) psicologia; 3) neuroscienze; 4) linguistica; 5) antropologia; 6) cibernetica (intelligenza artificiale). La SC è il punto d'incontro di queste "discipline" che hanno per oggetto la mente umana. Lo scienziato cognitivo è colui che indaga la mente a partire da un ambito di ricerca specifico (neuroscienze, psicologia, etc.) oppure è chi cerca di "tirare le somme" dei risultati provenienti dai singoli filoni di studio, nell'ottica di una visione globale. Il grande progetto della SC è comprendere che cos'è la mente umana e fornire un quadro il più possibile completo e armonioso del suo funzionamento. Si tratta di un progetto la cui totale realizzazione resta su un piano puramente ideale, poiché il principale strumento della SC è il linguaggio – e il linguaggio (con la sua funzione di simbolizzazione-significazione) trova il suo limite nell'atto stesso in cui imbriglia la materia nelle catene della propria logica. I limiti intrinsechi al linguaggio stesso non impediscono però di fare il meglio che si può con i mezzi che si hanno a disposizione, al fine di strappare quanto più possibile brandelli all'oscurità, portandoli alla luce della conoscenza. La SC è un progetto illuministico che si avvale della lezione romantica sull'irrazionale.

Se si guarda l'esagono cognitivo, è possibile notare tre grandi escluse: la fisica, la teoria evoluzionistica e la psicoanalisi. Per quanto riguarda le prime due, si è corso ai ripari a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, quando nel dibattito si sono inseriti i lavori del fisico-matematico Roger Penrose e dello psicologo evoluzionista Steven Pinker. Il problema fondamentale della SC è raccogliere in maniera ordinata e coerente studi eterogenei per origine e per linguaggio. Più complessa è la questione della psicoanalisi, poiché alcuni suoi operatori o ammiratori contestano tout-court lo statuto stesso della SC. Il cuore della psicoanalisi è il concetto di "desiderio inconscio", che conduce a una serie di paradossi teorici che non è possibile in questa sede indagare. Ma l'obiezione fondamentale mossa dagli studiosi di psicoanalisi alla SC, mi sembra consista nell'accusa di occuparsi di che cosa sia la mente e di come funzioni, senza interrogarsi sulle sue condizioni di possibilità, rintracciabili, secondo loro, nelle avventure del desiderio. Nessuno può dire, allo stato delle cose, se anche la psicoanalisi un giorno verrà risucchiata dalla SC. A mio modesto parere, gli approcci non sono antitetici, bensì complementari. E la SC, potenzialmente, include la psicopatologia. Non sappiamo cosa penserebbe Freud della SC. È però vero che egli pensava la vita della mente in connessione alla materia: che cosa sono le pulsioni se non il ponte tra materia e psiche? Inoltre, Freud pensava alla sua creatura come a un momento di passaggio verso una visione più ampia. Nulla esclude, pertanto, che la SC un giorno inglobi anche la prospettiva psicoanalitica. Pensare alla mente come a una macchina, non vieta di pensarla anche come macchina desiderante.

L'idea centrale della SC è che la mente sia una macchina finalizzata a elaborare dati, in modo consapevole (conscio) o inconsapevole (inconscio). Sarebbe interessante riflettere sul perché, almeno fino a un certo punto della loro storia, gli scienziati cognitivi siano stati restii a usare il termine “inconscio” (in sostanza si trattò di una questione legata a dispute di carattere politico, più che teorico, tra associazioni di psicologi), ma il discorso ci porterebbe ben lontano dall'intento che mi sono proposto. L'idea di mente come macchina fu lanciata dal filosofo britannico Thomas Hobbes nel XVII secolo, anche se le basi dell'attuale SC risalgono agli anni Cinquanta del Novecento, con Alan Turing e John von Neumann. L'atto di nascita della SC è generalmente fatto coincidere col convegno della Cognitive Science Society, organizzato a La Jolla (California) nel 1978. Oltre che dall'intelligenza artificiale, i convenuti erano influenzati dalla linguistica di Noam Chomsky. Da allora, il modello prevalente della SC è stato quello computazionale, per il quale la mente funziona come un computer. Oltre al già menzionato fisico-matematico (con interessi filosofici) Penrose, il dibattito è stato animato da filosofi come Daniel Dennett, John Searle e Jerry Fodor. Sebbene da prospettive diverse, mi sembra che nessuno di loro si discosti dal modello computazionale della mente, dando vita a quanto è stato chiamato, in maniera semplicistica, “Body-Mind Problem”. Il nucleo della metafora computazionale è la mente come sistema di calcolo al pari di un computer. Tra gli altri, Gerald Edelman e i coniugi Churchland hanno osservato che un computer simula le attività mentali senza che la mente funzioni come un computer, poiché il cervello è strutturalmente differente da qualsiasi hardware artificiale. Da qui, il modello delle “reti neurali” (connessionismo) che si sta progressivamente sostituendo a quello computazionale. Un processo puramente computazionale non metaforizza, invece la mente sì. A meno che la metafora non sia la risultante dell'incrocio di computazioni inconsce. L'orientamento di massima degli scienziati cognitivi attribuisce alla mente cosciente la gestione di di una percentuale limitata di dati (cognizione), che per lo più vengono elaborati in maniera inconsapevole (inconscio cognitivo). In questa chiave, la mente può essere rappresentata come un labirinto, in cui una rete di strade (processi cognitivi) conduce verso il centro, che è la sede dell'ordine, della coscienza. Man mano che ci si allontana dal centro, nel dedalo di vie che conducono all'esterno, ci si avvicina al caos dell'irrazionale. In tal senso, la SC non può non stabilire un collegamento con la teoria della complessità.

Sotto il profilo evoluzionistico, la mente è un adattamento all'ambiente che consente la sopravvivenza e la riproduzione. Fra i principali esponenti di tale approccio, ricordiamo David Buss e Steven Pinker. Per questi autori, la mente è l'effetto della selezione naturale e si è formata assieme al linguaggio. Lo sviluppo della mente si sarebbe in origine rivelato funzionale alla gestione di informazioni relative ad attività pratiche, quali la raccolta e la caccia, per poi svolgere compiti sempre più complessi. Telmo Pievani ha fatto notare una certa ingenuità in alcune posizioni della neonata psicologia evoluzionistica, ma la questione di fondo – già presente esplicitamente in Darwin – è un aspetto eminente dell'intera SC: la mente non è un a priori, come postulato da sempre dalla tradizione del pensiero occidentale, piuttosto è un evento che scaturisce dall'interazione della materia. Più semplicemente, essa è la conseguenza del rapporto della linea evolutiva protoscimmia-Homo Sapiens con l'ambiente circostante. D'altro canto, la mente, agendo sull'ambiente, lo modifica, gettando così i presupposti per ulteriori mutamenti della mente stessa, in una relazione circolare. La cultura emerge dalla natura e la muta, in uno scambio che innesca reciproche trasformazioni che termineranno soltanto con l'estinzione del genere umano.

Come dovrebbe risultare chiaro da quanto sostenuto in precedenza, uno dei nodi cruciali della SC è la coscienza, intesa come proprietà della mente di essere consapevole degli oggetti della cognizione e di sé. I computer e i robot posseggono dei processi simili a quelli mentali – e posseggono un linguaggio – ma non sono consapevoli di ciò che fanno e di se stessi. Alcuni sostengono che il limite dell'IA stia nel silicio, profondamente dissimile dal sostrato bio-chimico del cervello. Tuttavia, nulla vieta di pensare che un giorno il silicio sia integrato da materiale organico artificiale. Qual è la condizione di possibilità della coscienza? Quale il meccanismo che la fa sorgere? Alcuni degli autori sopra menzionati e altri ancora si sono posti tale domanda. A mio parere, non esiste al momento alcuna risposta convincente. Personalmente, proporrei di pensare la condizione di possibilità della coscienza come la conseguenza di uno scontro del linguaggio con la materia. Se immaginiamo il linguaggio come un tracciato volto alla simbolizzazione della materia, cioè come il tentativo audace di attribuirle un significato, non è implausibile pensare che la coscienza nasca di fronte a uno scacco della simbolizzazione, ossia nel momento in cui il linguaggio simbolizzante si trova di fronte all'opacità non simbolizzabile della materia. Questo processo avrebbe un effetto retroattivo sul linguaggio stesso e, quindi, sulla mente. La coscienza, in questo senso, sarebbe il prodotto di una frustrazione dei processi mentali. Il linguaggio si troverebbe in questo modo davanti al proprio limite, mettendo in moto un meccanismo riflessivo.

Bibliografia
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Mirko Bradley