giovedì 14 settembre 2017

Montaigne: l'esperienza

Come fa quest’uomo a sapere tutte queste cose di me? (B. Lewis, Times, Londra, 1991)

Diamo troppo spesso per scontato che la scrittura sia un parlar di sé, benché attraverso gli altri. Nella civiltà occidentale, è stato Montaigne (1533-1592) a inventare il saggio introspettivo, mentre i suoi precursori e ispiratori, in primo luogo Socrate, Seneca e Plutarco, parlavano dell’uomo con la «U» maiuscola, e non della soggettività individuale. La grandezza di Montaigne consiste nell’identificare se stesso col suo libro. Egli inventa il saggio introspettivo, e Shakespeare, leggendolo, crea la figura di Amleto. Anche se l’abisso della coscienza di Amleto – la figura letteraria più intelligente della civiltà occidentale – non imparò mai a vivere in pace con se stesso (almeno fino all’atto V) a differenza del suo modello. Quello che veramente impressiona di Montaigne è la sua schiettezza, benché l’ostentata umiltà mi sembri una maschera. Montaigne si chiede – e ci chiede – senza soluzione di continuità, il senso dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e delle nostre azioni, anticipando Shakespeare, Nietzsche e Freud.

Era un uomo eccentrico, pigro, contraddittorio, smemorato, ma anche un uomo che infranse ogni tabù, parlando di sé in pubblico. Era un avversario di ogni forma di crudeltà, e un nemico di qualsiasi ambizione sovraumana di autoesaltazione. Montaigne leggeva molto, cercando, però, di mantenere la mente sgombra. Era conviviale, ma amava la solitudine. La domanda fondamentale che pose fu: come vivere? La risposta, molto semplicemente, sta nell’accettarci per quello che siamo. Esattamente ciò che Amleto non fa, almeno fino al V Atto. E che Freud ha tentato di fare per tutta la sua vita.

Montaigne ebbe una moglie e una figlia, ma tutto il suo amore, nei suoi scritti, è rivolto al padre, e all’amico Étienne de La Boétie, dopo la cui morte tornò alla sua solitudine. Non aveva bisogno di parlare degli aspetti peggiori di sé, perché sapeva che ognuno di noi ha in consegna impegni mai presi. Muovendomi all’interno del suo vasto disegno, proverò, in poche righe, ad accennare al suo saggio Dell’esperienza, scritto tra il 1587 e il 1588, ed esteso per una quarantina di pagine. In esso, Montaigne comprende la sua malinconia e la nostra, e ci offre un antidoto, che consiste, sostanzialmente, nell’accettazione dell’ineluttabilità delle cose: «Non so come morire, ma non me ne preoccupo. La natura ci dirà che fare al momento, pienamente e adeguatamente. Eseguirà perfettamente questo compito per noi, inutile dunque lambiccarsi la mente in proposito».

Per quel che ho letto della letteratura occidentale, pochi come Montaigne si spingono così a fondo nell’analisi di sé. E quel che è strabiliante è che non è possibile non riconoscersi con lui, almeno per i lettori di sesso maschile. Per Freud, le donne custodiscono un segreto, per Montaigne nessuno: «Io dico che maschi e femmine sono modellati nel medesimo stampo; a parte l’educazione e la pratica, la differenza in essi non è grande». Nessuno come lui, a mio parere, è stato in grado di comprendere i suoi limiti e di adeguarsi a essi. Egli rilegge e riscrive i Saggi continuamente, e migliora invecchiando: «Conoscere come gustare la nostra esistenza in accordo con le leggi è segno di una perfezione assoluta, virtualmente divina […] E per di più il vento, più saggiamente di noi, si compiace di mormorare, di agitarsi, e si contenta delle funzioni sue proprie, senza desiderare la stabilità, la solidità, qualità non sue».

Come il vento, l’esperienza è passaggio. E questo diverrà il tema dominante nella letteratura occidentale, dopo Montaigne, da Shakespeare a Philip Roth. Montaigne, studiando se stesso, scopre che la soggettività è cambiamento, cammino, traversata. Essere saggio non significa conoscere, perché conoscere è come fotografare il divenire, fermarlo. Essere saggio significa, invece, comprendere il mutamento, viverlo consapevolmente ed esprimerlo: «Bisogna imparare a sopportare quello che non si può evitare. La nostra vita è composta, come l’armonia del mondo, di cose contrastanti, come diversi toni, dolci e aspri, acuti e bassi, molli e gravi. Il musicista che amasse se non gli uni, che avrebbe da dire? Bisogna che sappia servirsi di tutti assieme, mescolandoli. E così noi i beni e i mali, che sono consustanziali alla nostra vita. Il nostro essere non può esistere senza questa mescolanza, e una parte è non meno necessaria dell’altra. Tentare di opporsi alla necessità naturale è invitare la follia di Ctesifonte, che provò a lottare a calci con il suo mulo». Per Montaigne, vivere non è vincere e conquistare: «Il nostro grande e glorioso capolavoro è vivere in modo opportuno».

Bibliografia
Montaigne M. de, Saggi, Bompiani, 2012 e 2014.
Bakewell S., Montaigne. L’arte di vivere, Fazi, 2011.
Bloom H., Montaigne, in Il canone occidentale, Bompiani, 2000, pp. 133-144.



Mirko Bradley