giovedì 21 maggio 2015

Essere giusti con D'Annunzio

L’anno moriva assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandea non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di Maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava di corsa traversando; e dalle due piazze il romorio confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla Via Sistina, giungeva fin nelle stanze del Palazzo Zuccari, attenuato. (G. D’Annunzio)

Dalla gloria all’esilio sul Lago di Garda, dall’avversione da parte della sinistra italiana nel secondo dopoguerra all’attuale proliferazione di lavori di ricerca su di lui, Gabriele D’Annunzio, l’Imaginifico – e in altri mille modi definito – resta figura polimorfa e, perciò, plurivalente e controversa, probabilmente unica nel panorama letterario italiano. Avrebbe potuto inventarsi una discendenza nobile e ambientare i suoi romanzi a Parigi o a Londra, oppure avrebbe potuto credersi un altro Shelley o un Keats, o addirittura un nuovo Goethe, ma nulla fece di tutto questo. Accettò il suo ruolo di narratore di un’italietta appena nata e provinciale, incapace di divenire adulta, tratteggiando profili di donne e di uomini memorabili, inimitabili, sebbene spesso, e tuttora, imitati.



Benché disunita, fino al Primo Ottocento l’Italia aveva avuto le sue grandezze. Adesso, quella unita e umbertina seppelliva tutto sotto la mediocrità burocratica e l’isolamento internazionale, nullificando l’arte e la letteratura. Roma, la nuova capitale, era poco più di un villaggio immerso nella campagna. In quegli anni è pubblicato Il piacere. D’Annunzio è pienamente consapevole della piccolezza che lo circonda, ma riesce a trasfigurare i trascorsi fasti rinascimentali e barocchi con la propria capacità visionaria. Quando scrive per Cronaca bizantina, non si ergono personaggi alla Balzac o alla Proust, e non si cena a caviale e Champagne, ma a fettuccine e vino dei Castelli, in ambiente malarico. Eppure, nello squallore e nel grigiore da cui è circondato, D’Annunzio vi scorge lampi di bellezza e, allora, ecco l’invenzione di Eleonora Duse, moglie di Boito, sì attrice di teatro, ma conosciuta da pochi intimi. D’Annunzio proietta su di lei tutto il suo immaginario rinascimentale e barocco, dipingendola disperatamente delicata, assetata d’Assoluto, come la Paolina Borghese di Canova. Così com’è Elena Muti, l’onirico oggetto del desiderio di Andrea Sperelli. D’Annunzio assurge a proprio canone estetico la relazione tra nostalgia, tempo e bellezza. Quasi che non possa esserci bellezza senza distanza temporale e, dunque, nostalgia. Allora si comprende perché ricopre la Duse di ideali stoffe rinascimentali. Bisognerà attendere il miglior Fellini per rivivere atmosfere simili.

Più di ogni altro, D’annunzio fuse vita e arte, anche nei momenti più privati, di cui scrisse, ben sapendo che un giorno li avremmo letti. Questo getta luce – oltre ogni superficiale interpretazione – sulla sua capacità di toccare le corde dell’animo di molti di noi, dalla cameriera d’albergo all’intellettuale snob. Oggi lo troviamo nelle edizioni da collezionisti e negli autogrill. Nessuno come lui, in Italia, ha avuto l’acume di parlare a tutti. Ciò perché ha saputo sfiorare le vette del Sublime e inventare il Kitsch, del quale siamo oggi pervasi. Seguono stralci di scritti più intimi, come in un’autobiografia mai scritta: «Le mie chiuse tristezze, i miei turbamenti implacabili, i miei tumulti frenetici che io solo conosco […] Esprimere i silenzi, certi silenzi, esprimere la notte, certe notti, esprimere l’inesprimibile […] Beato colui che ignora il dubbio e la stanchezza […] L’implacabile veggenza interiore conduce alla solitudine dell’anima […] La gente dice e crede che io sorrida troppo spesso. Non sa che io sorrido specialmente di questa opinione. Sorrido spesso perché non si sappia quando sorrido davvero […] Dalla mia malinconia viene la mia saggezza».

Bibliografia
D’Annunzio G., Il piacere (edizioni varie).
Id., Come il mare io ti parlo. Lettere 1894-1923, Bompiani, 1914.
Id., Notturno, Rizzoli, 20111.
Guerri G. B., La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele D’Annunzio, Mondadori, 2014.
Arbasino A., Gabriele D’Annunzio, in Ritratti italiani, Adelphi, 2014, pp. 162-170.
Barilli R., D’Annunzio in prosa, Mursia, 2013.



Mirko Bradley

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.