giovedì 27 agosto 2015

Il mistero della sincronicità degli eventi

Uno degli aspetti più controversi, ma non per questo non affascinante, del pensiero di Jung, è la ricerca intorno ad alcune coincidenze bizzarre di cui talvolta facciamo esperienza. Egli denomina sincronicità, mutuando il termine dal filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, il collegamento tra eventi mentali ed eventi esterni fra cui non pare esserci connessione causale. I primi riferimenti sull’argomento si trovano negli scritti che documentano la relazione di Jung con Sabina Spielrein, anche se l’elaborazione sistematica del concetto è presente in La sincronicità (1951). Nel complesso, l’elaborazione junghiana della sincronicità è il risultato dell’intreccio di avvenimenti personali e dei suoi studi in materia di filosofia orientale. Jung, infatti, fu tra i primi, in Occidente, a occuparsi d’induismo, taoismo e buddhismo. Ai tempi della Spielrein, Jung comunicò questo campo di ricerca a Freud, il quale, pur non dissuadendolo dal proseguire, escluse che fosse in qualche modo inerente alla psicoanalisi. Eppure, fra i vari episodi riportati da Jung a riguardo, ve n’è uno che si rivelò funzionale allo sblocco della mente di una paziente. Durante una seduta, una donna, presumibilmente afflitta da un disturbo di carattere ossessivo, racconta un sogno nel quale compare l’immagine di uno scarabeo. In quello stesso momento – riferisce Jung – uno scarabeo si materializza dietro i vetri della finestra dello studio in cui si svolgeva la seduta. Nell’esposizione di Jung, questo fenomeno ebbe l’effetto di generare un cambiamento nella psiche della donna, la quale, a parere dell’analista, tendeva a irrigidire l’interpretazione delle proprie esperienze in un razionalismo estremo. In altre parole, l’evento la indusse a scoprire nuove possibilità di lettura di sé e del mondo.



Jung comincia con l’osservare l’esistenza di una relazione causale fra una profonda attività psichica di un soggetto ed eventi a lui esterni – che possono anche essere relativi alla vita di un’altra persona. Ci sarebbe, cioè, un nesso causa-effetto non soltanto in senso verticale – ossia cronologicamente conseguente –, ma anche in senso orizzontale, per così dire. In ciò consiste, appunto, la sincronicità degli eventi. Questa teoria implica una totale revisione della dimensione spazio-tempo, quale andava affermandosi in quegli anni anche in fisica. Ma più che alla scienza moderna, Jung si riallaccia al pensiero taoista, secondo cui lo spazio e il tempo sono un’unità all’interno della quale gli eventi sono interdipendenti anche sotto il rispetto della simultaneità. Da questa prospettiva, la nostra percezione dello spazio-tempo sarebbe, quindi, convenzionale e relativa al punto di vista dell’osservatore. Tale unità, che possiamo rappresentarci in modo esemplificativo come una rete di relazioni posta di fronte ai nostri occhi, spiegherebbe come avvenimenti lontani possano essere, in realtà, correlati. Inoltre, l’ipotesi di Jung coinvolge la nozione d’inconscio collettivo, quella piattaforma originaria e subliminale che già da sempre collega ogni singola mente all’altra, configurando una struttura superindividuale. Alla luce del concetto di sincronicità, secondo Jung, bisognerebbe ripensare anche le categorie di caso e di destino.



Jung descrive tre tipi di sincronicità: 1) a un contenuto psichico di un soggetto corrisponde un evento esterno vicino nello spazio e nel tempo; 2) a un contenuto psichico di un soggetto corrisponde un evento esterno lontano nello spazio; 3) a un contenuto psichico corrisponde un evento esterno lontano nel tempo. Le tre tipologie di sincronicità implicano un’interdipendenza dei fenomeni, anche distanti nello spazio e nel tempo. Jung è pienamente consapevole della potenziale pericolosità della materia trattata, di quanto possa essere soggetta a mistificazioni: «Il metodo con cui si dovrebbe arrivare a questa conoscenza [della sincronicità n.d.r.] si presta ad abusi d’ogni genere, e non è fatto per gli pseudointellettuali e per i razionalisti. È adatto solo per persone ponderate e riflessive che si soffermano a pensare su ciò che fanno e sulle esperienze che vivono». Riguardo alla teoria junghiana della sincronicità è prudente esercitare tutto lo scetticismo di cui siamo capaci. Essa ha tuttavia il merito di aprire il pensiero occidentale all’Oriente, e a una concezione del Tutto interconnesso in una rete di relazioni. Il che, oltre a possedere un’innegabile valenza di responsabilizzazione etica contro ogni forma d’individualismo, è un ulteriore contributo ai fini di una comprensione della mente come sistema aperto e comunicante – in entrambe le direzioni – con l’ambiente. Ciò che realmente conta per la psiche, ciò di cui si nutre, pena la mutilazione e la morte, è lo scambio con l’Altro.

Bibliografia
C. G. Jung, La sincronicità (1951), in Opere: La dinamica dell’inconscio, vol. 8, Bollati Boringhieri, 1996.
Carotenuto A. (a cura di), Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Freud e Jung, Astrolabio Ubaldini, 1999.


Mirko Bradley

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