domenica 23 agosto 2015

Il paradiso perduto

Jung pensa che tutta la vita sia un incessante tentativo di costituire l’unità individuale distinta dall’Altro, eppure in armonia con esso. A fondamento di questo desiderio di singolarità e di equilibrio con l’ambiente c’è il discusso concetto di simbiosi prenatale con la madre, che Jung riprende da Freud e che negli anni problematizzerà. Nelle righe che seguono, proverò a descrivere brevemente la concezione freudiano-junghiana su questo tema, tentando poi di mostrare in che senso Jung apra a nuove possibilità interpretative, il tutto in connessione con l’ammalarsi del desiderio. Divido quindi il mio ragionamento in due parti: nella prima espongo in che modo Jung segue Freud, e nella seconda sostengo che l’evoluzione del pensiero del primo indichi, sotto il profilo teoretico, un’altra prospettiva. Forse non è superfluo preliminarmente osservare che al mio discorso è sottesa la questione dell’attaccamento del bambino innanzitutto alla madre, argomento che ha tenuto banco nella letteratura filosofica e psicoanalitica almeno per tutta la seconda metà del Novecento. Infatti, se l’attaccamento è fondamentale per una sana crescita dell’individuo, è anche vero che esso è, in potenza, causa di disturbi mentali anche seri.



Ripercorrendo un primo sentiero della sua riflessione, è evidente come Jung riprenda il nucleo concettuale freudiano partendo dall’ipotesi che il bambino e il grembo materno costituiscano una fusione originaria, una sorta di eden, di paradiso terrestre, che rappresenta anche l’oggetto primario del desiderio. Secondo tale prospettiva, l’atto della nascita, segnando una frattura rispetto alla condizione primordiale, può costituire la causa fondante la malattia del desiderio. In tal senso, la nascita è una causa solo potenziale della patogenesi, poiché affinché ci sia disordine mentale, è necessario che il soggetto, durante l’esistenza, tenti di ricomporre l’unità primitiva con la madre. Se ciò accade, la persona si esporrà inevitabilmente a ogni sorta di frustrazione, per il semplice motivo che quella condizione originaria non può essere in alcun modo riprodotta. Anzi, da quel momento in poi, l’essere umano deve cominciare a fare i conti con la solitudine.



Cerco di dire la stessa cosa in maniera diversa. Fin qui stiamo vedendo come Jung aderisca al paradigma freudiano. Con l’infrangersi dell’unità primitiva (oggetto primario del desiderio), comincia ciò che egli denomina processo d’individuazione. Quest’ultimo può essere compromesso se gli oggetti secondari del desiderio sono investiti del medesimo valore simbolico dell’oggetto primario. In parole più semplici, desideri perfettamente normali quali, ad esempio, ricevere affetto e protezione, avere un compagno o una compagna, dei figli, una casa, una sicurezza sociale, eccetera, diverranno disturbati nella circostanza in cui saranno inconsciamente confusi col desiderio di tornare nella condizione simbiotica prenatale. Si può aggiungere che, da quest’angolatura, l’amore per la madre o per il padre (a seconda dello sviluppo sessuale e delle sue fasi) è già un’espressione secondaria del desiderio. Lì dove il processo d’individuazione è inficiato, sorge l’incapacità della persona di emanciparsi dall’Altro, per cui si diventa dipendenti da persone o da contesti sociali che divengono funzionali alla conferma della propria esistenza. Un soggetto siffatto mancherà di autonomia.



In quello che schematicamente possiamo definire il secondo approccio alla riflessione junghiana, la questione della simbiosi prenatale rappresenta essa stessa un problema, e, a mio parere, Jung contribuisce così ad arricchire il punto di vista di Freud. La domanda è: lo stato di beatitudine originario è effettivamente un dato di natura, oppure è a sua volta una costruzione del desiderio? Formulata diversamente: la condizione simbiotica in cui il bambino è immediatamente appagato è un’esperienza effettuale, oppure è un’invenzione? Jung segue una traiettoria che mina l’assunto freudiano, facendo intravedere un panorama differente. Traspare l’idea che il paradiso perduto sia un costrutto psichico inconscio che ha la potenza di condizionare lo sviluppo della psiche stessa. Il senso di pace, armonia, equilibrio, completezza attribuito in maniera retrospettiva all’unità originaria può essere interpretato come un artificio della mente congegnato per rendere rappresentabile la totalità cui l’individuo aspira. Il passaggio fondamentale diventa, quindi, l’investimento del desiderio nella relazione oggettuale con i genitori (madre, madre-padre), soltanto a partire dalla quale è pensabile l’armonia simbiotica primordiale – e non viceversa. In altre parole, è il rapporto con i genitori a creare l’immagine della simbiosi prenatale, e non il contrario. Quando l’affettività che caratterizza il rapporto del bambino con la madre o con il padre si sovrappone agli oggetti del desiderio con cui ci relazioniamo nel corso dell’esistenza, si apre il campo alla possibilità del disordine mentale. Perciò Jung afferma che il ricostituire (inconsciamente) la relazione privilegiata con i genitori equivale a una regressione della psiche, e che invece la sua evoluzione corrisponde, in parte, a prendere coscienza che la storia d’amore con nostra madre (o con nostro padre) è finita.

Bibliografia
C. G. Jung, L’Io e l’inconscio (1928), Bollati Boringhieri, 2012.
Id., Opere: Lo sviluppo della personalità (1909-1946), vol. 17, Bollati Boringhieri, 1999.



Mirko Bradley

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