lunedì 24 agosto 2015

Voltaire e l’imbecille felice

Il rapporto della filosofia con la felicità è storicamente variegato. Molti filosofi greci e romani hanno fatto della riflessione sulla felicità il loro tema privilegiato, benché Platone ritenesse inutile discuterne vista l’ovvietà che tutti desiderano essere felici. Nel medioevo, la felicità, per i filosofi e per i teologi, era strettamente collegata alla divinità, tanto che San Bonaventura scrisse un trattatello sul percorso che conduce a Dio, e che coincide col cammino per giungere alla pace della mente. Dal Rinascimento al Settecento è tutto un fiorire di scritti sulla felicità, via via concepita sempre più indipendente da posizioni fideistiche. Col romanticismo qualcosa si rompe, il che è dovuto a più di un fattore. Innanzitutto compare l’idea che l’uomo è destinato al conflitto perenne e inestinguibile, di cui beneficia la produzione artistica eletta a fonte privilegiata di armonia interiore. Inoltre, dall’Ottocento si affermano almeno altri due elementi che sottraggono terreno alla felicità come oggetto di tematizzazione filosofica: 1) il consolidarsi del linguaggio accademico, che fa sì che i filosofi si capiscano unicamente fra loro; 2) un certo imbarazzo nel parlare di felicità, poiché ciò implica l’auto-svelamento del proprio stato emotivo, e non è per tutti piacevole ammettere in pubblico di essere infelici. In realtà, la felicità non è un argomento così scontato come credeva Platone, né così lineare come pensava il filosofo francese Blaise Pascal, secondo il quale anche chi s’impicca, in fondo, vuole essere felice. Che la materia non sia così addomesticabile lo dimostra la quotidianità, in cui molti di noi si accontentano di perseguire, senza per altro spesso riuscirci, la soddisfazione immediata dei piaceri. E non si può escludere che esistano persone che il problema della felicità non se lo siano neanche posto, e altre che, pur essendoselo posto, vi abbiano rinunciato. Voltaire (1694-1778), nonostante fosse sotto i riflettori della migliore società europea, non si vergognava di rivelare il proprio mondo interiore e, a tal riguardo, ci racconta la vicenda di un filosofo indiano e della sua vicina di casa, l’imbecille.



Abbiamo bisogno della conoscenza, della lucidità mentale per essere felici? Oppure sapere e chiarezza di idee possono essere addirittura degli ostacoli alla realizzazione della felicità (perché la persona intelligente e di cultura alza il tiro, eleva il piano dei desideri, ed è a volte maggiormente consapevole dei propri limiti)? Voltaire sintetizza il suo punto di vista nella Storia del buon bramino, che narra di un uomo sapientissimo ma infelice, perché tormentato da domande metafisiche alle quali non riusciva a dare risposta. Accanto a lui abitava una donna molto credente e che sembrava essere anche molto felice, senza essersi mai posta, neanche una volta in vita sua, nessuno dei quesiti che affliggevano il filosofo. Conoscendo entrambi, un terzo vicino chiede all’uomo, a mo’ di scherno, se non si vergognasse, lui così profondo e istruito, a essere infelice, mentre il vecchio rottame della sua vicina di casa viveva felice e contenta senza pensare a niente. A quel punto il filosofo risponde: «Ha ragione. Mi sono detto cento volte che sarei felice se fossi stupido come la mia vicina, eppure non vorrei una tale felicità». Voltaire osserva che il tipo di felicità dell’imbecille ha un grande limite, ossia quello di vacillare ai colpi della fortuna. Non appena capita un avvenimento imprevisto e destabilizzante, anche l’imbecille è costretto – sebbene entro i confini della sua angustia mentale – a porsi delle domande sulla vita, e in quel momento si troverà sguarnito delle armi adatte a fronteggiare la situazione, per cui oscillerà tra aggressività e depressione. In più, secondo Voltaire, rinunciare alla nostra capacità riflessiva sarebbe un po’ come rinunciare a una parte della nostra umanità.



La debolezza dell’imbecille è l’essere totalmente in balia degli eventi, inabile ad autodeterminarsi, dipendente dagli altri. Chi imbecille non è, invece, è pienamente consapevole di non potersi accontentare di una felicità fondata sull’ignoranza e sull’errore. Tale consapevolezza è per lui una condizione inemendabile, per questa ragione il confronto fra il filosofo e la bigotta regge solo sotto il profilo euristico. Per Voltaire, la questione diventa quindi il nesso tra felicità e verità, visto che la scoperta di quest’ultima ha effetti potenzialmente devastanti. Ma proprio perché la verità può rivelarsi terrificante, egli afferma, la filosofia deve assumersi il compito di rendere la vita più felice. Proprio perché esistono malattia e morte, la ragione deve aiutarci a non sprecare il tempo inseguendo illusioni che conducono inevitabilmente alla costante frustrazione. L’intelletto rifiuta una felicità fondata sull’illusione, poiché precaria (del resto nessuno vorrebbe essere nei panni di un folle, anche se questi credesse di essere l’uomo più felice del mondo!), e aspira invece al massimo di felicità possibile associata al massimo di lucidità, ciascuno secondo le proprie capacità. Pertanto, Voltaire conclude che se la felicità dell’imbecille è destinata a infrangersi in quanto eteronoma, la persona d’intelletto aspira a un grado di soddisfazione globale durevole, in una vita sensata e fondata sulla verità.

Bibliografia
Voltaire, Storia di un buon bramino, in Zadig e altri racconti filosofici, Feltrinelli, 2008.



Mirko Bradley

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