domenica 22 novembre 2015

Il mutamento. Appunti su Montaigne

Già Eraclito, com’è noto, nei frammenti che sono giunti sino a noi, asseriva che il mondo è dominato dal divenire: «Tutto scorre come un fiume», si legge. A causa della scarsità delle fonti eraclitee, possiamo solo formulare congetture su ciò cui egli si riferisse, e si ritiene generalmente che fosse interessato più che altro ai fenomeni della natura. Essi cambiano e noi siamo immersi nel fiume del Tempo. Senza probabilmente aver mai letto Eraclito, Michel de Montaigne (1533-1592) si colloca nella medesima angolatura, radicalizzandola al punto da assumerla come punto di vista supremo dal quale riflettere sull’intero campo dell’esperienza umana. I suoi Saggi, che vanno letti non come un insieme di trattati, ma, letteralmente, come «assaggi», ossia spunti per meditare sulle questioni più varie della vita – e che costituiscono uno dei più grandi capolavori della letteratura occidentale – sono un’analisi incessante dei processi cognitivi ed emotivi dell’autore, nel suo rapportarsi a se stesso e al mondo esterno. Montaigne, dall'età di circa quarant’anni, esamina il suo passato e il suo presente, per tornare, nuovamente, più volte, nel corso della stesura dei testi, sulle proprie emozioni, sentimenti, pensieri e azioni. Ne emerge una personalità complessa, una coscienza vasta, che si amplia continuamente nel corso degli anni mediante una sempre maggiore comprensione di sé e degli altri. Personalmente, è uno dei pochi autori la cui lettura riesce ad alleggerirmi il peso della perdita e della mancanza, quando si acuisce, e a stemperare i non infrequenti periodi di angoscia e di depressione.



Nelle righe che seguono, voglio concentrarmi sul concetto di mutamento, quale emerge nel saggio intitolato Del pentimento, benché il tema pervada l’intera opera. Montaigne afferma che la propria esistenza è caratterizzata dall’esperienza del mutamento di tutte le cose. La prospettiva di Montaigne è soggettiva, ossia egli, appunto, scrive di sé, tuttavia è evidente come non riesca a trovare argomenti che possano negare tale costatazione, che finisce quindi per acquisire una valenza universale. Montaigne sembra affermare: l’unica cosa che non muta è il mutamento. Prendendo in esame i movimenti della propria mente, le relazioni con le altre persone, gli eventi che lo circondano, egli conclude che l’essenza del mondo è il cambiamento, l’incostanza, l’instabilità. Come sempre, Montaigne scrive con molta umiltà. A differenza di altri autori del passato e a lui contemporanei che intendono educare, moralizzare, indirizzare, egli non vuole insegnare niente a nessuno. Ha soltanto in mente di raccontare il suo essere uomo e, mediante questo procedimento, dire qualcosa dell’Uomo: «Gli altri formano l’uomo, io lo racconto, e in particolare ne raffiguro uno tutt’altro che ben formato, tanto che, se potessi plasmarlo di nuovo, lo farei molto diverso da com’è. Ma ormai è fatto. I lineamenti del mio ritratto non sono mendaci, anche se mutano e assumono aspetti sempre diversi. Il mondo non è che una perpetua altalena […] La costanza stessa è soltanto un’oscillazione più blanda. Io non posso fissare il mio oggetto: esso incede malsicuro e barcollante, per effetto di una naturale ebbrezza. Lo colgo così com’è nel preciso momento in cui me ne interesso». L’oggetto cambia, e pure il soggetto. Molto spesso essi coincidono.



Leggendo i Saggi, ci s’imbatte in non rare contraddizioni. Montaigne non è animato dal proposito di formulare una dottrina coerente sulla vita, ma da quello di annotare i moti della sua coscienza e trarne delle considerazioni. Le contraddizioni, quindi, riguardano i cambiamenti delle percezioni, le variazioni delle opinioni su se stesso e su ciò che gli capita di osservare. In ultima analisi, è la stessa natura umana e del mondo a essere contraddittoria, se si confrontano, ad esempio, momenti diversi della propria esistenza. La natura è contraddittoria perché è mutevole, e questa mutevolezza non è lineare, non segue un filo coerentemente ordinato. Egli precisa: «Non descrivo l’essere, descrivo il passaggio: non il passaggio da un’età a un’altra […] bensì di giorno in giorno, di minuto in minuto. Devo aggiornare il mio racconto ora per ora. Da un istante all’altro potrebbero cambiare non solo la mia condizione, ma anche i miei intenti. Il mio è un registro di accadimenti disparati e mutevoli, e di pensieri cangianti e talora contraddittori: sia perché sono sempre diverso da me stesso, sia perché colgo gli oggetti in circostanze e da angolazioni diverse». Il risultato di questo flusso turbinoso è l’instabilità. Ciononostante, non tutto è perduto e non bisogna disperare.



È necessario arrendersi all’idea che tutto muti senza sosta. Tale è la condizione umana. Ogni cosa può improvvisamente cambiare volto, compresi i propri stati di coscienza. Il mio relazionarmi a me stesso e al mondo esterno è potenzialmente cangiante da un momento all’altro. Si possono modificare i miei stati d’animo, i miei sentimenti nei confronti di una persona, le mie opinioni, il mio modo di percepire un determinato oggetto fin’allora percepito in maniera differente. Più in breve, è possibile che si verifichi un mutamento di prospettiva su ogni cosa (compreso il sé) senza che questo implichi un atto volontaristico, intenzionale. Persino le intenzioni possono cambiare in assenza di una decisione pregressa. Montaigne sa di avere un’identità instabile, priva di un punto fisso. Ma qui sta la chiave di volta, seguendo il suo ragionamento. L’identità non è qualcosa di stabile e di fisso. È mutevole, e costituita di tante tessere che non necessariamente s’incastrano bene le une con le altre. L’esempio più efficace che Montaigne trova per esprimere la condizione in cui si trova – e vi è ragione di credere nella quale si trovano molti di noi – è quello dell’equitazione. Il cavaliere deve trovare il proprio assetto – sempre precario – assecondando i movimenti del cavallo, che non è detto si lasci sempre cavalcare docilmente, e che talvolta può persino imbizzarrirsi. L’assetto, ossia il restare in equilibrio nei continui mutamenti, nella costante incostanza, negli incessanti cambi di direzione, è la metafora di un’identità multiforme che non ha bisogno di fissarsi su di un punto stabile. Se vogliamo formulare lo stesso pensiero altrimenti, potremmo dire che la stabilità dell’identità sta proprio nel restare in equilibrio nell’ineludibile instabilità dell’esistenza. L’equilibrio è dinamico. Montaigne non ci suggerisce l’assetto da tenere, lui, come si è visto, non si ritiene un modello da seguire, è “malformato” e, se potesse, si plasmerebbe nuovamente da capo. L’assetto è del tutto soggettivo, e ognuno lo deve trovare da sé.

Bibliografia
Montaigne, Del pentimento, in Saggi, Adelphi, 1966.
N.B. Ho ritenuto opportuno apportare alcune variazioni ai passi citati per rendere il linguaggio più adatto al lettore di oggi. A tale scopo, mi sono servito del confronto con altre traduzioni.


Mirko Bradley

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