mercoledì 25 novembre 2015

Il viaggio. Appunti su Montaigne

Nell’epoca del turismo di massa diventa più difficile cogliere il senso del viaggio, che implica una commistione del viaggiatore con gli ospiti, con i paesaggi e i luoghi in cui soggiorna. Difficile ma non impossibile. Bisognerebbe imparare a coniugare le comodità dei nuovi mezzi di trasporto con il gusto del viaggiatore classico, che si sposta per osservare la varietà dell’umanità e per farla, in parte, sua. Prima che le comunicazioni fossero veloci come oggi, ci si spostava prevalentemente per due ragioni: per necessità, oppure spinti da motivazioni religiose. Una ristretta minoranza di persone si accollava le fatiche di un lungo spostamento, con i precari strumenti a disposizione, mossa dal desiderio di conoscenza. Michel de Montaigne (1533-1592) rientrava in questa cerchia di individui, e si muoveva a cavallo, nonostante soffrisse di terribili coliche renali, non certo alleviate dai movimenti sussultori del levriero. Montaigne non fu solo uno speculativo, benché effettivamente preferisse l’otium al negotium, ma fu anche uomo politico e gran mediatore tra cattolici e calvinisti, due fazioni che, ai suoi tempi, insanguinavano la Francia, tanto che lui stesso, mentre scriveva i Saggi, si meravigliava di essere ancora vivo. Nel 1580, dopo aver abbandonato la scena pubblica, decise di recarsi in Italia, passando per la Svizzera e la Germania. Il diario di viaggio sarà pubblicato postumo soltanto due secoli dopo, nel 1774, ma vi sono delle annotazioni e degli spunti di riflessione anche sparsi nella sua opera maggiore. Qui ho in mente di commentare alcune idee di Montaigne sul significato dell’esperienza del viaggio, poiché esso è metafora paradigmatica del suo modo d’intendere la vita.



Parlando del senso del mutamento e della contraddizione in Montaigne, ho delineato la sua concezione di stabilità interiore: essa si trova soltanto nel cambiamento; la stabilità è sempre una stabilità dinamica, la cui immagine allegorica è l’equilibrio del cavaliere che monta un cavallo in corsa. Il viaggio, come lo concepisce il Nostro, è un utile stratagemma per plasmare al meglio la mente, poiché, esponendoci al multiforme, configura un’identità vasta, che comprende le differenze, e favorisce trasformazioni proficue della psiche. Il tema del viaggio, quindi, è il medesimo del cambiamento. Chi sa veramente viaggiare, sembra dire Montaigne, muta, conferisce nuova forma alla propria personalità, arricchendola. Anche qui non si tratta di stabilire un punto fisso, immobile, bensì di edificare se stessi in una continua metamorfosi, che sia la più armonica possibile, ma che non esclude disarmonie. «Nei viaggi l’animo si esercita a notare di continuo cose sconosciute e nuove. E, come ho detto spesso, non conosco scuola migliore per plasmare la propria vita che metterle sotto gli occhi senza posa la diversità di tante altre vite, idee e usanze, e farle assaporare così la perpetua varietà delle forme della nostra natura». Non vi è esperienza maggiormente formativa, per Montaigne, che entrare in contatto con culture estranee, modi di pensare e di vivere differenti. Ciò relativizza i nostri abiti mentali, le nostre credenze, le certezze acquisite. È un processo d’integrazione che rende il nostro orizzonte mentale più vasto e complesso, concedendoci il privilegio di osservare il mondo e noi stessi con uno sguardo diverso.



Ma il viaggio, se considerato da un altro punto di vista, può essere interpretato come segno d’insofferenza. Una persona in pace con sé e col mondo non ha bisogno di particolari spostamenti. Il viaggio che conta, in fondo, è il viaggio interiore. Montaigne ne è consapevole e, infatti, scrive: «So bene che, preso alla lettera, il piacere di viaggiare testimonia irrequietezza e incostanza. Del resto sono proprio queste le nostre qualità principali e predominanti». La vita stessa di Montaigne c'insegna, però, che le due cose (staticità e movimento) possono tranquillamente convivere. Conosciamo un Montaigne politico e diplomatico, un Montaigne ritirato nei suoi studi e nella sua scrittura, e un Montaigne che ama andare a cavallo, anche da solo, cosa rara a quei tempi per un gentiluomo. Inoltre, conosciamo un Montaigne viaggiatore. Una conclusione di carattere generale è che, per lo scrittore e filosofo francese, il viaggio è metafora della vita poiché la comprensione di quanto gli esseri umani sono differenti gli uni dagli altri amplia la coscienza ed è uno strumento d’introspezione. Eppure, egli ci confida qualcosa di più intimo, che appartiene alla sua personalità, e che ogni lettore può valutare a suo modo, magari riflettendoci su: «Sì, lo confesso: io non vedo niente, neppure in sogno o in ciò che desidero, che possa darmi requie. Solo la varietà mi soddisfa, e la constatazione delle differenze, ammesso che qualcosa possa soddisfarmi. Nel viaggio mi piace anche il fatto di potermi fermare senza danno e di poter cambiare strada a mio agio». È come se Montaigne ci svelasse che gli piace vivere come viaggia, senza una meta predeterminata, e aperto a ogni stimolo possibile.

Bibliografia
Montaigne, Saggi, Adelphi, 1966.
Id., Viaggio in Italia, Rizzoli, 2013.
N.B. Alle citazioni ho ritenuto opportuno apporre qualche modifica rispetto alla traduzione di riferimento.



Mirko Bradley

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