domenica 29 novembre 2015

L’incertezza. Appunti su Montaigne

Su una trave della sua biblioteca, Montaigne fece incidere la scritta «Per omnia vanitas», tutto è vanità, ossia effimero, caduco. Questa citazione, tratta dalla traduzione latina dell’Ecclesiaste, che coniuga il Vecchio Testamento con tanto pensiero greco, è il distillato della filosofia disincantata di Montaigne. Al mutamento consegue il dissiparsi delle cose, e a questo – o alla sua anticipazione mentale – l’incertezza. La banale imprevedibilità degli eventi era acuita, in Montaigne, dalla sanguinosa guerra civile tra cattolici e calvinisti (ugonotti) che insanguinava la Francia quando egli era in vita. All’instabilità che riguarda tutti, che ci mette in balìa del caso e del tempo, si aggiunge quella dovuta alla più perniciosa di tutte le guerre, la guerra civile, che pone in conflitto vicino contro vicino, e anche il solo starsene in casa costituisce una potenziale minaccia. Leggendo i Saggi, l’atmosfera dell’incertezza si respira tutta e, nel contempo, se non diventa angoscia, si assapora un certo compiacimento. È come se l’incertezza, emendata di ogni negatività, fosse uno degli aspetti apprezzabili della vita. Insomma, si notano due risvolti: 1) l’incertezza come conseguenza della percezione del pericolo, sia esso carattere fondante l’esistenza, sia nella sua forma esponenziale bellica; 2) l’incertezza assunta come consapevole stile di vita e fonte di godimento. Cerco di esporre alcune riflessioni su entrambi gli aspetti.



In Della vanità leggiamo: «Quante volte mi sono coricato nel mio letto immaginando che qualcuno avrebbe potuto tradirmi e uccidermi nel cuore della notte, e scendendo a patti con la fortuna affinché perlomeno accadesse senza spavento e senza pena». Montaigne avverte di avere scarso potere sulla propria sorte. Lo stato di guerra non fa che accentuare quella che è una caratteristica intrinseca dell’esistenza stessa: che siamo poco padroni del nostro futuro. Eppure, si finisce per fare il callo a tutto: «E, per una condizione miserevole qual è la nostra, è stata un provvidenziale dono quell’abitudine che ottunde la nostra sensibilità, permettendoci di tollerare mali d’ogni sorta». Si riesce persino a convivere con l’insicurezza domestica. L’abitudine conferisce un certo ordine al caos. Nei Saggi incontriamo spesso passi dedicati all’arte di vivere in tempo di guerra, dove quest’ultima non ha solo valenza letterale, ma è metafora dei conflitti permanenti che anche in tempi di pace caratterizzano le relazioni interpersonali. La guerra è una lente d’ingrandimento che gli consente di osservare in maniera più analitica i vizi e le disgrazie umane. Ne emerge un’etica della vita quotidiana che necessariamente deve fare i conti con l’incerto.



Abbandonata la scena pubblica, l’esistenza di Montaigne sembra scorrere come se non fosse costantemente messa in pericolo dalla guerra. Scrive il suo capolavoro nello stesso modo, probabilmente, in cui lo avrebbe scritto in tempo di pace. E decide di farlo in francese, scelta per nulla scontata. I trattatisti dell’epoca, infatti, scrivevano in latino, lingua ufficiale dei dotti europei. Montaigne, invece, scrive in francese, per sua stessa ammissione, lingua caduca, incerta. Infarcisce la sua opera di citazioni latine, e di riferimenti ai suoi eroi filosofici e letterari, come in un continuo dialogo con i grandi del passato, per cui è talvolta arduo distinguere l’introspezione da questo fitto colloquio, ma tesse il testo in francese: «Scrivo il mio libro per poche persone e per pochi anni. Se avessi scelto un argomento destinato a durare, avrei dovuto affidarlo a una lingua più salda. Considerato il continuo mutamento che la nostra ha subìto fino a questo momento, chi può sperare che la sua forma presente sarà ancora in uso fra cinquant’anni? La nostra lingua ci scivola ogni giorno tra le mani, e dacché sono in vita è cambiata per metà. Noi sosteniamo che adesso è perfetta. Ma lo stesso dice ogni epoca della propria». Torna, quindi, anche a proposito della lingua, il tema della mutevolezza e dell’incertezza. Montaigne non è sicuro che i posteri saranno in grado di leggerlo, poiché l’idioma cambia assai rapidamente. Nella scelta di scrivere in una lingua incerta si comincia a intravedere un qualche apprezzamento nei confronti dell’incertezza stessa. Non è falsa modestia quella di Montaigne quando afferma di voler redigere un libro per pochi suoi contemporanei. L’idea riflette il senso della vanità delle cose, da cui sembra trarre un sottile piacere. Un piacere molto simile a quello che si prova nell’intimità, fugace e appagante allo stesso tempo.



Montaigne si rese conto della grandezza dell’opera che andava stilando solo col passare del tempo. Iniziò a scrivere i Saggi attorno ai quarant’anni, ma solo più tardi giunse a consapevolezza della potenza intellettuale che contenevano. Sono più di quattro secoli che leggiamo Montaigne, e lo troviamo sempre attuale, magari ciascun lettore a proprio modo. L’intento dell’autore, però, rimase quello di scrivere per i suoi contemporanei, anche se verrebbe da pensare che avesse in mente di scrivere soprattutto per le sue contemporanee, almeno per quanto asserito in un altro “assaggio”, intitolato Su alcuni versi di Virgilio: «Mi disturba che i miei Saggi vengano adoperati dalle signore soltanto come arredo comune, un arredo da salotto. Questo capitolo mi farà accedere alle loro stanze private». Non è escluso che i lettori ideali di Montaigne, non dico per tutti i Saggi, ma almeno per questo e per altri, siano, in realtà, delle lettrici, e che ciò sia un effetto – ma è un’opinione del tutto personale – della compensazione del declino della sua virilità, peraltro da lui esplicitamente ammessa. Quest’ammissione di decadimento rientra nello stile di Montaigne, al quale piaceva – e mi pare senza nessuna forma di particolare esibizionismo – mettersi a nudo, parlare di sé in pubblico, anche delle proprie debolezze.

Castello di Montaigne - Torre in cui era sita la biblioteca


Montaigne viveva in tempi di guerra come se vivesse in tempi di pace, perché si era ritagliato un modo di vivere libero che gli consentiva, almeno in parte, di trascendere le devastazioni belliche che lo circondavano. E questo non deve far pensare a una sorta di snobismo, all’intellettuale che poteva permettersi il lusso di chiudersi nella propria torre d’avorio, infischiandosene delle afflizioni della popolazione. Non soltanto perché, quando ricoprì incarichi pubblici, fu impiegato in prima linea nella guerra civile, rivelandosi tra l’altro un ottimo diplomatico, anti-machiavellico per eccellenza, dotato dell’unica arma della spontaneità; ma anche perché il modello cui guardava era la sua idea di contadino, il quale continuava a condurre la propria esistenza nonostante le incognite del raccolto. A differenza di quest’ultimo, il campo di lavoro di Montaigne era la sua biblioteca, nella residenza di famiglia in Dordogna, vicino a Bergerac. Qui egli trascorreva la maggior parte del tempo possibile, leggendo, scrivendo e riflettendo. «Quando sono a casa, mi ritiro sempre più spesso nella mia biblioteca, e da qui, con facilità, bado al buon andamento delle cose domestiche […] Qui sfoglio ora un libro ora un altro, a caso, senza alcun disegno, a spizzichi e bocconi. Talora penso, talora prendo nota e detto, passeggiando, queste fantasticherie». Dopo il ritiro a vita privata, avvenuto ufficialmente nel 1571, Montaigne cerca di riappropriarsi di se stesso. E il luogo più adatto gli sembra la biblioteca, contenente una quantità sterminata di testi di ogni genere. Quanto ho citato, sintetizza quell’apprezzamento del fugace e del casuale che è l’altro risvolto dell’incertezza. Non vi è pesantezza nei suoi gesti. Egli sfoglia, annota, detta, cammina nella stanza, e passa con leggerezza da un pensiero all’altro, chiamandoli «fantasticherie». Tutto pare fluttuare piacevolmente sull’onda incerta degli eventi.

Biblioteca di Montaigne (ricostruzione)


La lettura all’epoca d’internet è anch’essa incerta. Si balza da un argomento all’altro, da un sito di sport a uno di approfondimento politico, tanto per fare un esempio. E non sempre avendo un piano preciso, spesso soltanto perché si è incuriositi da quanto ci viene sott’occhio. Lo stesso vale per la scrittura. Anche i blog specialistici contengono argomenti di vario tipo e, a volte, rimandano a link eterogenei. Montaigne anticipa questa procedura o, se vogliamo, la inventa. Legge in modo capriccioso e predatorio, saltando da un libro all’altro. E scrive attingendo dalle fonti più disparate, non seguendo uno schema fisso, ma adattandole al proprio argomentare, al continuo colloquio con sé e con i grandi autori del passato. Questo senso della contingenza, della precarietà di ogni atto e convinzione, è probabilmente un tratto costitutivo della sua personalità sin dall’inizio, e l’imprevedibilità non è percepita come un ostacolo, ma come un’opportunità da cogliere. Il suo metodo è non avere un metodo. Ciò che gli capita di osservare diventa spunto di analisi. L’oggetto dell’esperienza non è predeterminato – né, del resto, potrebbe esserlo – e Montaigne eleva questa condizione d’incertezza a stile di vita. È come se ci suggerisse di rinunciare al desiderio di controllo sulle cose, poiché è l’imprevisto a rendere più vasta la nostra coscienza. Il gusto del fortuito è connesso al senso del mutamento. «Ogni luogo destinato alla meditazione necessita di un deambulatorio. I miei pensieri sonnecchiano, se li tengo seduti. La mia mente non cammina da sola, è come se a muoverla fossero le gambe». Movimento, mutamento, incertezza. Questo c’è dato, e possiamo trarne un po’ di bene.

Bibliografia
Montaigne, Della vanità, Su alcuni versi di Virgilio, Dell’esperienza, in Saggi, Adelphi, 1966.
N.B. Per quanto riguarda le citazioni, ho ritenuto opportuno apportare qualche modifica alla traduzione di riferimento.



Mirko Bradley  

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