domenica 13 dicembre 2015

Della tirannide di Dio

L’Occidente ha obliato il divino, volgendosi all’effimero, per il quale molti sono pronti a rinunciare persino alla propria libertà. È possibile, dopo Nietzsche, pensare la divinità e scriverne? La scrittura decostruttiva nicciana ha dissolto il Dio ente sommo di Tommaso d’Aquino, che è, tuttavia, ancora il Dio prevalente della civiltà occidentale, e non solo. Oltre un secolo dopo Nietzsche, la chiesa cattolica ha cambiato look, grazie a un’imponente operazione di marketing, senza cambiare, nella sostanza, la sua dottrina, che nei suoi fondamenti è identica a quella che ha condannato al rogo Giordano Bruno. La concezione occidentale dominante del divino è il risultato di una vasta letteratura, ormai plurimillenaria, che descrive Dio come l’onnipotente. Tale letteratura è il riflesso del modo in cui numerosi autori hanno pensato Dio e ne hanno scritto, senza però esaurirne le possibilità. Il «Dio onnipotente» ha causato l’allontanamento di molti dal discorso divino, poiché ha costituito, e costituisce tuttora, un modello in cui è difficile, per usare un eufemismo, riconoscersi. Il personaggio letterario più influente per il delinearsi della figura dell’onnipotente è Jahvè, costruito dagli scrittori dell’Antico Testamento, e del tutto corrispondente a ciò che Nietzsche ha chiamato volontà di potenza. Jahvè intrattiene con l’uomo e col mondo un rapporto basato sul potere e sulla forza, talvolta anche a dispetto del bene e della giustizia. La divinità veterotestamentaria è, in prevalenza, totalitaria e tirannica. La contraddizione principale del cristianesimo è conciliare una tale visione dispotica del divino con quella amorevole e benigna descritta dagli autori del Nuovo Testamento. La visione coranica è, invece, nel complesso, pienamente consequenziale e coerente con quella dell’Antico Testamento. L’Occidente è, quindi, in suo seno, diviso da un desiderio di amore, bene e giustizia, e una concezione dominante della divinità in sé contraddittoria, rappresentata da una chiesa cattolica che è spesso freno dell’avanzamento etico dell’umanità.



Ai fini del mio discorso, cui forse seguiranno altri, ciò che la chiesa cattolica è, e rappresenta, è secondario all’aspetto letterario e teoretico, concernente la convivenza di un Dio tirannico con uno amorevole. L’oggetto principale della mia riflessione non è la chiesa romana, ma la versione di una divinità dispotica che ancora rappresenta la concezione dominante in Occidente di Dio, nonostante il Nuovo Testamento. Non è tuttavia inutile spendere qualche parola sulla chiesa cattolica e, a ben vedere, i due piani (quello istituzionale e quello letterario-teoretico) s’intersecano. Dovrebbe, infatti, suscitare un certo stupore, in ogni mente pensante, che la chiesa romana, pur ispirandosi al messaggio di Cristo, abbia storicamente commesso tanti efferati delitti. Ma, senza tanti giri di parole, la risposta è molto semplice: essa non è altro che una struttura politica, burocratica, economica e finanziaria la cui attività è unicamente finalizzata alla conservazione di se stessa. Le efferatezze della chiesa romana risalgono alle sue origini. Saltellando qua e là nella storia, penso alla Sacra congregazione della romana e universale inquisizione, il cui inizio può essere collocato nel 1184, con la bolla papale Ad abolendam, emanata da Lucio III per sradicare le eresie. All’inquisizione sono associabili l’Indice dei libri proibiti e le crociate, nonché la secolare avversione al popolo ebraico, considerato responsabile del deicidio. Più di recente, la chiesa si è opposta a ogni emancipazione dei diritti umani, come per esempio la libertà di coscienza, di stampa, il suffragio universale, l’istruzione pubblica, i diritti delle donne, la laicità dello Stato. Nel 1866, Pio IX emanò l’Instructio, documento a favore della schiavitù di cui, forse, vale la pena riportare un breve passo: «Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato».



L’idea teista di Dio, per quanto preminente, non è l’unica nell’Occidente cristiano, e neppure nell’ebraismo e nell’islam. Tra i diversi modelli, qui vorrei dare un assaggio di una risposta alternativa alle domande: com’è pensabile Dio? Com’è pensabile il suo rapporto col mondo e con l’uomo? E com’è ancora possibile scriverne? Non ho pretese di originalità. Il mio desiderio è solo di riportare alla luce quanto dimenticato, mantenuto sotto il velo del silenzio, e che pure è scorso, come un fiume carsico, nel sottobosco della storia della civiltà occidentale. Mi piacerebbe restituire dignità a quella concezione di Dio secondo cui tutto è in Lui, senza che il Tutto s’identifichi con lui. Dove per “tutto” (o totalità) intendo l’universo (o il multiverso) esistente. Ne consegue, a mo’ di corollario, che, pur essendo ogni cosa divina, Dio non coincide con ogni cosa. Non, quindi, il deismo illuminista, che altro non fa che cambiare nome al teismo, de-cristianizzandolo; né il panteismo, che nomina l’eguaglianza tra Mondo e Dio. Vorrei offrire un primo assaggio di una tale concezione alternativa del divino, richiamando alla memoria la scrittura di Meister Eckhart (1260-1327/28), frate domenicano che per le sue opere subì un processo per eresia. Trattandosi soltanto di un assaggio, mantengo le distanze da ogni intento di esaustività, accontentandomi, per ora, di lasciare non più di un’impronta, un’impressione, una suggestione.



Le proposizioni di Eckhart delineano un’altra idea di Dio rispetto a quella predominante in Occidente e, allo stesso tempo, vanificano la chiesa e le sue gerarchie. Si legga, ad esempio, quanto da lui asserito in questi stralci: «Ciò che Dio Padre ha dato al Figlio suo unigenito nella natura umana, lo ha dato tutto anche a me […] ciò che la Scrittura dice di Cristo, tutto si verifica anche per ogni uomo buono e divino». E ancora: «Tutto quel che è proprio della natura divina, è proprio anche dell’uomo giusto e divino […] l’uomo buono è l’unigenito Figlio di Dio». In breve, potremmo dire che quanto nelle scritture neotestamentarie si afferma di Cristo, nell’interpretazione eckhartiana, vale anche per l’essere umano. Altrove si legge che l’intero Mondo partecipa della natura divina, senza che esso sia Dio. Allo stesso modo, l’uomo possiede natura divina, senza perciò essere Dio. Eckhart elide il dualismo teologico del teismo ed evita il panteismo, con tutti i suoi rischi di fraintendimento. Centrali, per Eckhart, sono i concetti d’incarnazione, trinità e spirito. L’incarnazione afferma la natura divina di Cristo, che assume simbolicamente valenza universale: la natura divina riguarda tutti gli uomini e le donne, nonché il Mondo nella sua interezza. La trinità è il movimento dialettico Dio-uomo, e lo spirito è il legame che istituisce tale movimento dialettico, e che conferisce unità a Dio e uomo. Lo spirito è, per così dire, il motore della trinità; ciò che muove il movimento dialettico. Le figure della trinità non devono essere, quindi, viste come ipostasi, bensì come momenti di un unico processo unitario. L’essere umano (e il Mondo) è unito a Dio al pari di Cristo. Secondo Eckhart, non esiste un Dio trascendente (lassù), da noi separato, mentre noi siamo qui, versando in condizioni miserevoli sulla terra, in attesa di una salvezza che ha sempre da venire. Noi siamo già qui e ora, nella nostra condizione terrena, uniti a Dio, partecipi della natura divina. Questo messaggio, considerato al tempo eretico, eppure molto cristiano, continua a essere lontano, non inteso, dalle nostre coscienze.



Eckhart scrive: «Dio è un ente solo per i peccatori». Egli allude alla separazione teista tra Dio e Mondo creaturale – separazione che nega. D’altro canto, la partecipazione mondana alla divinità non risolve questa nel Mondo: Dio e Mondo non sono identici. Dio conserva uno scarto rispetto al Mondo, e per questo è Dio. E, per la stessa ragione, noi non siamo Dio. La posizione di Eckhart potrebbe essere definita col concetto d’immanenza nella trascendenza. Il Mondo è divino e Dio è nel Mondo senza, però, esaurirsi in esso. Vi è unità e non frattura fra Dio e Mondo, ma non per questo Dio e Mondo sono la stessa cosa. Scompaiono le figure del Dio regista e sceneggiatore, monarca assoluto (teismo) e demagogo populista (panteismo), e compare sulla scena un Dio concepito come campo di possibilità dell’esistente, che, proprio in quanto campo di possibilità, non coincide col suo contenuto, anch’esso divino. Può darsi che pure quello di Eckhart, e di altri, sia soltanto un personaggio letterario; un personaggio, però, più autentico rispetto a quello tirannico e contraddittorio predominante. Più autentico (in greco l’aggettivo assumeva anche il significato di prodotto d’autore, nello stesso senso in cui noi parliamo di “film d’autore”) perché spiega il Male, e, simultaneamente, perché più affine alle esigenze di libertà e di emancipazione dell’uomo contemporaneo.

Bibliografia
AA.VV. Rome has spoken, The Crossroad Publishing House, 1998.
Meister Eckhart, Opere tedesche (a cura di M. Vannini), La Nuova Italia, 1982.
Id., Sermoni tedeschi (a cura di M. Vannini), Adelphi, 1985.



      Mirko Bradley

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