lunedì 7 dicembre 2015

Il desiderio. Appunti su Montaigne

Scrivendo i Saggi, Montaigne si evolve, la sua coscienza si amplia e si riflette nella scrittura. Chi ha avuto accesso ai manoscritti parla di continue note a margine, di quotidiani ripensamenti, correzioni, che seguono e oggettivano il flusso dei suoi pensieri. Dall’inizio alla fine dell’opera, egli non è sempre lo stesso, cambia. E non solo perché il mutamento è l’oggetto della sua narrazione, ma soprattutto perché si trasforma il modo di rapportarsi a sé e al mondo. I Saggi possono essere letti a strati, e costituiscono una sorta di archeologia della coscienza dell’autore, come il tronco di una quercia, che serba la memoria del proprio passato. Vi sono tracce di desiderio lungo tutto il percorso narrativo. Montaigne non ne formula mai una teoria, racconta le esperienze del desiderio – a volte in maniera consapevole e altre inconsapevole – e le configurazioni che sempre di nuovo esso assume. Cammino che ci conduce fino all’enigmatica figura di Marie de Gournay, conosciuta a Parigi nel 1588, e che nelle lettere a lui indirizzate manifesta un affetto «più che sovrabbondante», mostrandosi al contempo costantemente preoccupata della salute dello scrittore, il quale la ricambia non avendo «occhi che per lei». La Gournay fu anche la curatrice dell’edizione del 1595, postuma, dei Saggi, corredandola di un’ampia introduzione. A quanto ne so, è la prima volta, nella storia della letteratura occidentale, filosofica e non, che una donna curi l’edizione di un testo maschile, in quel frangente, considerato già un capolavoro, e per volontà dello stesso autore. In tal guisa, Montaigne non soltanto anticipa di quattro secoli la parità intellettuale tra uomo e donna, ma rivela anche uno straordinario fiuto per quello che diventerà il marketing librario. Le fonti storiografiche ufficiali parlano di una profonda relazione di stima e di amicizia. La verità, noi posteri non la sapremo mai. Ma anche in caso contrario, in fondo, in questa circostanza, non cambierebbe nulla.



Che Montaigne in materia di desiderio non sia sempre stato uguale a se stesso, si scopre facilmente ripercorrendo la sua biografia tratteggiata nei Saggi, dalla giovinezza alla maturità. Nel capitolo intitolato Su alcuni versi di Virgilio, va diretto al nocciolo della questione: «Non ricordo chi, nell’antichità, diceva che avrebbe voluto avere il collo più lungo, come quello di una gru, per meglio assaporare ciò che inghiottiva. Un tale desiderio si addice più alla voluttà, piacere impulsivo e precipitoso, e in particolare a nature come la mia, che ha il difetto dell’irruenza. Per rallentarne la corsa e protrarla in lunghi preamboli, fra di loro tutto serve da gratificazione e ricompensa: uno sguardo, un inchino, una parola, un cenno. Non sarebbe forse un bel guadagno potersi accontentare, a tavola, del fumo dell’arrosto?». Questo estratto ricapitola il passaggio da un vissuto predatorio del desiderio, quale da lui sperimentato in gioventù, a uno in cui l’oggetto del desiderio e, dunque, il piacere, il godimento, è dilazionato. Montaigne riconosce che il desiderio, per essere appagato, necessita di distanza dal proprio oggetto. E che il desiderio di rapina è destinato a una costante frustrazione. L’oggetto desiderato impone tempo e spazio al soggetto desiderante. Potremmo dire che, per il Montaigne maturo, è la stessa natura del desiderio a dettare una certa distanza dal proprio oggetto, se non vuole andare incontro al fallimento. È come se l’indole impulsiva di Montaigne si correggesse, grazie all’esperienza, acquisendo una maggiore consapevolezza dei meccanismi del desiderio.



Il differimento del piacere è, però, la posizione del problema, non la sua soluzione. O meglio, è la riproposizione in altri termini della medesima domanda: come gestire il desiderio? «Chi trova godimento soltanto nel godimento, chi non sente di aver vinto se non trionfa, chi nella caccia non ama che la cattura, non può essere ascritto alla nostra scuola. Quanti più gradini e livelli ci sono tanto maggiori saranno l’altezza e l’onore cui si verrà innalzati alla fine. Dovremmo apprezzare di esservi condotti, come avviene nei palazzi fastosi, attraverso innumerevoli porticati e corridoi, e lunghe e belle gallerie, e dopo mille giri […] Senza speranza, e senza desiderio, il nostro andare perde completamente d’interesse». Qui Montaigne sembra asserire che il soddisfacimento immediato del desiderio è la sua negazione, è la morte del desiderio. Ma lo stesso si potrebbe dire del desiderio che non è mai realizzato. Perciò, Montaigne tiene a precisare che al differimento deve seguire un appagamento, quell’altezza e quell’onore «cui si verrà innalzati alla fine». Nessuno a priori può stabilire quale sia il momento giusto del godimento e, soprattutto, nessuno può stabilirlo per l’altro, né tantomeno imporlo. Eppure, quel “momento giusto” (kairós, direbbero i greci) segna il limite oltre il quale il desiderio rischia lo scacco, parimenti al desiderio di rapina. Quindi, il momento giusto tra i due estremi che conducono all’annichilimento del desiderio assomiglia a un sentire, che è opportuno sia reciproco.



Nello stesso saggio, Montaigne svolge altre considerazioni sul desiderio sessuale degne di nota, benché molte cose siano cambiate dal Cinquecento a oggi riguardo al senso del pudore. Per inciso, va osservato che Montaigne parla della propria sessualità in maniera quasi sfacciata, e non certo per vanteria, ma per prendersi un po’ in giro. Ho difficoltà a farmi venire in mente un altro scrittore e filosofo, del presente e del passato, che abbia osato altrettanto. Tornando all’argomento del desiderio sessuale, Montaigne lo affronta anche nel suo rapporto con la parola. Uomini e donne hanno sempre parlato di sesso, sebbene ci siano differenze a seconda delle coordinate storico-geografiche. Quel che interessa Montaigne è, però, quanto se ne parla in relazione al proprio stato mentale, o, in altri termini, al proprio desiderio sessuale. Montaigne formula, a riguardo, una pura ipotesi, e come tale va presa. Egli aveva come punti di riferimento non altri che se stesso e le sue conoscenze. Inutile, pertanto, dire che ogni lettore può farsi la sua idea sull’ipotesi di Montaigne, e mantenere tranquillamente la sua opinione. In ogni caso, egli pensava che esista un rapporto inversamente proporzionale tra il parlare di sesso e la fiamma del desiderio. Il problema non è il rapporto tra il dire e il fare, di cui pure per la verità Montaigne tratta, ma tra il dire e il pensare. Dopo aver asserito che di sesso, di solito, si parla in maniera giocosa e a mezza bocca, aggiunge: «Ciò significa che meno parole profferiamo su tale soggetto tanto più ci sentiamo autorizzati a ingigantirlo nei nostri pensieri? È vero, infatti, che le parole meno usate, meno scritte e meglio taciute, sono le meglio note e le più familiari a tutti». Tutti parlano di sesso, in un modo o in un altro, è vero. E Montaigne lo sa. Per lui, è una questione di gradi. La parola cela e, al tempo stesso, svela il desiderio che le sta dietro. La formulazione verbale della sessualità è una sorta di scarico delle tensioni sottostanti. Chi è straripante in fatto di sessualità verbalizzata, è come se volesse liberarsi del desiderio retrostante. Montaigne individua una forma di ossessione che anima i grandi parlatori di sesso, come se mediante la parola volessero disfarsi di un pensiero disturbante. Viceversa, chi tende a essere più silenzioso in materia erotica, è perché ne culla nella mente il desiderio e, in tal modo, lo mantiene vivo. Il che è anche un mezzo per provare un sottile piacere.



Riepilogando. Il desiderio naufraga quando cade nella trappola del soddisfacimento immediato e quando è rimandato all’infinito. Nel primo caso, per usare una categorizzazione moderna, il rischio è la compulsione, fino a giungere all’erotomania e alla ninfomania. Nel secondo, il pericolo è l’isteria, anche grave. Ma tra i due mali – se non si sfocia nel patologico – il secondo è il minore, almeno per Montaigne. E si evita l’inquietudine di un appagamento della libido continuamente rinviato – e, quindi, il disturbo mentale – se si assapora il gusto, passo dopo passo, dell’evolversi del desiderio stesso. Montaigne usa la metafora della caccia. È evidente che il fine ultimo di questa sia la preda. Ma chi pensa unicamente alla preda è soltanto un carnefice. La caccia è fatta di passeggiate, paesaggi, compagnie, esercizio fisico. Insomma, il tragitto verso la preda costituisce già di per sé un piacere raffinato. Noi lettori possiamo avanzare più di un’obiezione circa la metafora scelta da Montaigne. Possiamo essere contro la caccia. E possiamo scorgere in essa quel desiderio predatorio di cui Montaigne stesso nega l’efficacia. Il senso è tuttavia chiaro: se proprio un desiderio è destinato a restare insoddisfatto, meglio trarre il massimo vantaggio dal desiderio in quanto tale. Anche se, a mio parere, con la signora Marie de Gournay, Montaigne l’abbia tirata un po’ troppo per le lunghe.

Bibliografia
Montaigne, Su alcuni versi di Virgilio, in Saggi, Adelphi, 1966.
N.B. Ho ritenuto opportuno ritoccare la traduzione italiana dei passi citati rispetto al testo di riferimento.
N.B. Tutte le immagini riproducono dipinti di Fabian Perez.


Mirko Bradley   

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