lunedì 29 agosto 2016

La verità scientifica dal neopositivismo a Popper

La domanda sottesa al dibattito epistemologico novecentesco è: quali sono le condizioni che un enunciato deve rispettare affinché la comunità scientifica lo accolga come vero? La risposta del neopositivismo, il quale ha dominato la scena epistemologica occidentale nei primi decenni del Novecento, è che la condizione fondamentale è la verificabilità, per mezzo dell'esperienza, di ogni ipotesi e/o teoria scientifica. Pertanto, la questione ruota attorno all'asse teoria-esperienza. Il neopositivismo originario mirava a eliminare ogni aspetto teoretico dall'indagine scientifica confidando unicamente nei dogmi empiristi dell'osservazione e dell'esperimento (1). Dalla trattazione più compiuta del neopositivismo si evince però un ridimensionamento dei propositi iniziali nel corso del secolo:  si passa da una concezione del vero scientifico inteso come ciò che è pienamente verificabile sul piano empirico a un vero scientifico come ciò che è più probabile, vale a dire verificabile sperimentalmente nella maggioranza dei casi (2). La mancata coincidenza neopositivistica di verità ed empiricità lascia irrisolto lo scarto fra teoria ed esperienza poiché, fra l'altro, è in teoria possibile l'eccezione che, sul piano scientifico, non conferma la regola. L'indebolimento progressivo delle posizioni neopositivistiche si deve alla critica interna al neopositivismo riconducibile principalmente ai lavori di Hempel e Quine.

Hempel ha sostenuto che la verificazione empirica non può prescindere da assunti teorici presupposti, parlando di ipotesi ausiliare e di eccedenza di significato. In altri termini, la verifica empirica di un'ipotesi scientifica utilizza strumenti teorici senza i quali la verifica stessa sarebbe impossibile (3). Pertanto, il programma originario del neopositivismo, di esclusione della teoresi dalla metodologia scientifica, si rivela inattuabile. Sulla base delle ricerche d'inizio secolo di Duhem, per il quale la messa in atto di ciascun esperimento scientifico si fonda su premesse teoriche accettate senza riserve (4), Quine giunge a conclusioni vicine a quelle di Hempel. Quine rileva l'implausibilità della distinzione neopositivistica tra asserzioni analitiche (teoriche) e asserzioni sintetiche (empiriche), poiché gli enunciati scientifici sono sempre un misto di entrambe. Più precisamente, secondo Quine, ogni enunciato scientifico rinvia a un sistema complesso di asserzioni derivanti dall'osservazione empirica e dall'attività teoretica. La verità delle proposizioni scientifiche non è valutabile considerando le proposizioni in sé, bensì sulla base di una vasta rete di relazioni semantiche che attingono indistintamente dai piani empirico e speculativo. Quindi, l'esperienza non è più l'inconfutabile banco di prova delle teorie scientifiche, poiché è anch'essa intrisa di teoria non passata al vaglio della verifica sperimentale. Secondo Quine, il controllo sperimentale è imprescindibile ma ambiguo. Imprescindibile perché la scienza non può fare a meno della verificabilità, benché questa sia ridotta a probabilismo predittivo; ambiguo perché la verifica conserva un contenuto non verificabile (5). Contestualmente alla tesi Duhem-Quine, prende forma la critica di Popper al neopositivismo.

K. R. Popper (1902-1994)


Il neopositivismo, nonostante le successive correzioni, mantiene la centralità dell'esperienza e conferisce primato al procedimento induttivo. Popper oppone al verificazionismo positivistico il principio di falsificabilità, secondo il quale un enunciato scientifico è vero se è corroborato (confermato) resistendo a tutti i tentativi empirici di metterlo in discussione. Il principio di falsificabilità è ciò che distingue la scienza dalla metafisica, poiché le asserzioni di quest'ultima non sono falsificabili, cioè su di esse non si può affermare né che sono vere né che sono false. Mentre per i neopositivisti un'ipotesi o teoria scientifica è convalidata dall'accumulo di prove sperimentali a sua conferma (induttivismo), per Popper, invece, essa assume valore di veridicità nell'eliminazione, caso per caso, di ipotesi o teorie avverse, a loro volta falsificabili sul piano empirico (deduttivismo). In altre parole, se i neopositivisti considerano vero un enunciato scientifico quando è confermato dall'esperienza, Popper sostiene che esso è vero solo se potenzialmente falsificabile. Egli giunge al paradosso apparente per cui la veridicità di un enunciato scientifico è direttamente proporzionale al suo grado di falsificabilità. In altri termini ancora, per Popper, un'affermazione scientifica è vera se presenta tutte le condizioni empiriche per essere confutata, senza però che ciò di fatto avvenga. L'edificio scientifico si costituisce in tal modo come un processo di autocorrezione fondato sul principio di falsificabilità (6).

Per quanto riguarda il rapporto fra teoria ed esperienza, Popper conferma la tesi Duhem-Quine: ogni esperimento è permeato di teoria, e viceversa. Infatti, come la falsificabilità empirica presuppone un assunto teorico, così quest'ultimo è confermato unicamente nel caso in cui non è posto in dubbio da un esperimento che lo falsifichi. Tuttavia, proprio per tale ragione, ossia per le modalità d'intreccio di teoria ed esperimento, viene da chiedersi se l'epistemologia popperiana non sia, in fondo, una forma sofisticata di neopositivismo (7). Diversamente dalle intenzioni dell'autore, l'approccio di Popper non scuote le radici neopositivistiche che affondano nel terreno di un'esperienza (e di una teoresi) concepita come se fosse sospesa al di fuori del tempo e dello spazio. Inoltre, il principio di falsificabilità non sembra un'alternativa esterna a quello di verificabilità, pare piuttosto esserne l'ombra, l'elemento logico complementare, l'altra faccia della medaglia. La verifica neopositivistica e la corroborazione popperiana appaiono quindi affini e, in entrambi i casi, l'impalcatura epistemologica sostiene un modello di verità scientifica avulso dalla storicità degli eventi.


Bibliografia

  1. Carnap R., Empirismo, semantica e ontologia (1950), in L. Linsky (a cura di) Semantica e filosofia del linguaggio, Il Saggiatore, 1969.
  2. Nagel E., La struttura della scienza (1961), Feltrinelli, 1969.
  3. Hempel C. G., Problemi e mutamenti del criterio empiristico di significato, in L. Linsky, op. cit.
  4. Duhem P., La teoria fisica (1906), Il Mulino, 1978.
  5. Quine W. V. O., I due dogmi dell'empirismo (1951), in E. Mistretta (a cura di), Il problema del significato, Ubaldini, 1966.
  6. Popper K. R., Logica della scoperta scientifica (1935), Einaudi, 1970; id., Congetture e confutazioni (1963), Il Mulino, 1972; id., Conoscenza oggettiva (1972), Armando Editore, 1975; id., Replies to my Critics, in Schilpp P. A. (a cura di), The Philosophy of Karl Popper, 2 voll., Open Court, 1974, 2° vol., pp. 961-1197.
  7. Parrini P., La struttura logica del controllo empirico e il falsificazionismo di K. R. Popper, in id., Una filosofia senza dogmi, Il Mulino, 1981, pp. 93-162.


Mirko Bradley

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