mercoledì 24 agosto 2016

Stia zitto! non mi parli! non mi tocchi!

Nel 1922, per il Dizionario di sessuologia, Freud scrive: «Psicoanalisi è il nome: 1) di un procedimento per l’indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2) di un metodo terapeutico (basato su tale indagine) per il trattamento dei disturbi nevrotici; 3) di una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica». Questa definizione, che non può e non vuole essere esaustiva, mi offre lo spunto per cominciare a tratteggiare le linee generali della psicoanalisi freudiana. Innanzitutto, l’enunciazione citata delimita il campo d’indagine: le dinamiche mentali, e più specificamente quelle dinamiche che diversamente resterebbero inaccessibili. Lo studio di tali dinamiche ha come fine il trattamento dei loro meccanismi disfunzionali. In secondo luogo, essa esplicita il procedimento metodologico consistente nella dialettica di teoria e prassi, e quindi in un metodo sperimentale fondato sulla costante correzione degli errori. Infine, la psicoanalisi è proposta come nuova disciplina scientifica. Quest’ultimo concetto può essere sviluppato su più livelli. Freud è sin dall’inizio consapevole di essere autore di un ribaltamento epistemologico, di aver dato vita a una scienza che concepisce il proprio oggetto di studio e di trattamento inestricabilmente connesso al soggetto che lo studia e lo tratta. Non solo. La nuova scienza non si accontenta di studiare e di trattare i disturbi mentali, ma vuole essere una prospettiva sul mondo, un punto di vista, una chiave interpretativa sull’esistente imprescindibile per ogni forma e applicazione del sapere umano. La psicoanalisi è così concepibile nei termini di un occhio interiore che scuote le certezze precostituite. Adoperando un’espressione che troverà largo seguito nel corso del Novecento, essa si configura come attività decostruttiva di ciascun ambito della conoscenza. Le relazioni del singolo individuo con se stesso, con gli altri e col mondo perdono la loro apparente trasparenza e linearità, per diventare opache, intricate, conflittuali. Alla luce della psicoanalisi, tali relazioni si rivelano investite di affettività spesso distorta e inconsapevole. Le cognizioni e le intenzioni si manifestano deformate dall’emotività.



La nuova scienza si presenta in maniera paradossale. Due tra le due nozioni chiave, inconscio e sessualità, sovvertono la ragione occidentale, evidenziandone simultaneamente i limiti e le possibilità inespresse, a partire dal rapporto che il soggetto intrattiene con se stesso. Se da un lato la psicoanalisi mostra una ragione pervasa dalla s-ragione, dall’altro, proseguendo il progetto illuministico, il suo disegno è di strappare, di volta in volta, brandelli di mente alle tenebre dell’irrazionale. A tale scopo è però necessario cambiare totalmente l’angolo di visuale rispetto alla psichiatria classica. Questa è oggettivante e identifica il paziente con la malattia, la quale, a sua volta è l’effetto di una patologia organica. Lo psichiatra classico arriva all’individuo disturbato intervenendo sull’organo. Da una parte c’è il medico che possiede una verità terapeutica (soggetto) e dall’altra la persona che soffre (oggetto), che, durante la terapia, viene modellata secondo un ordine precostituito e istituzionalizzato. Nella cornice della psichiatria classica, il rapporto tra medico e paziente si configura come una serie di parole comunicate e di atti compiuti in linea verticale dal primo al secondo, che incasellano e imprigionano questi in una tabella nosografica. Il rapporto che s’instaura, insomma, è tra un soggetto attivo (lo psichiatra) e un oggetto passivo (il malato). La psicoanalisi sovverte tale impostazione, de-reificando il soggetto e l’oggetto, per cui il fulcro diviene lo stesso processo terapeutico nel quale analista e analizzando percorrono il medesimo itinerario durante il quale sono compagni di viaggio. Uno dei primi segni del passaggio dalla psichiatria classica alla psicoanalisi è contenuto in Isteria (1888). Qui Freud riporta le parole di Emmy von N., che suonano come una vera e propria intimazione a cambiare strategia terapeutica, determinando così l’inizio della fine di un mondo e il sorgere di un altro: «Stia zitto! non mi parli! non mi tocchi!». Questa frase pronunciata da un’isterica segna simbolicamente la nascita della psicoanalisi. La terapia della comunicazione verticale è sostituita da una relazione in cui il taumaturgo smette di parlare e comincia ad ascoltare. Scompare la dicotomia soggetto attivo e oggetto passivo. La centralità dell’ascolto trasforma la terapia in un’interazione che rimodella allo stesso tempo analista e analizzando. Adesso è quest’ultimo che prende la parola, innescando un dialogo destinato a trasformare entrambi. Egli diventa portatore di una domanda che mette in moto un discorso a due orientato a trovare una risposta.

La psichiatria classica modella il paziente in base a una normatività pregressa, alla quale la pratica psicoanalitica dell’ascolto sostituisce un processo in fieri privo di certezze assolute e la cui meta è sempre da ridefinire, il tutto nel tentativo di sottrarre l’analizzando a ogni tipo di manipolazione. Cadendo l’identificazione dell’individuo col sintomo, quest’ultimo diventa, invece, il modo in cui si esprime un’irripetibile soggettività. Sotto questo profilo, la nuova scienza si presenta come scienza rivoluzionaria della condizione umana. Il primo obiettivo di questa nuova scienza è lo studio e la cura dell’isteria, che Freud interpreta come lo spostamento di un dolore dallo psichico al corporeo. Con questa mossa, egli scompagina non solo la medicina tradizionale, ma l’intera cultura occidentale e la sua distinzione tra mente e corpo. Mediante tale ribaltamento prospettico, lo psichico si fonde con l’organico, e le afflizioni fisiche possono essere delle modalità linguistiche attraverso le quali la soggettività comunica la propria sofferenza mentale. La psichiatria classica considera mente e corpo enti distinti ma comunicanti, infatti una modificazione organica determina uno stato mentale alterato. Differentemente, Freud, a partire dai concetti di istinto e pulsione, rende più complesso il rapporto tra lo psichico e l’organico, riassumibile in tre punti: 1) Freud riconosce e mantiene l’azione dell’organico sullo psichico; 2) individua un’autonomia del secondo dal primo; 3) osserva che lo psichico agisce sull’organico. Il secondo e terzo punto definiscono l’ambito specifico della psicoanalisi. A una lettura più profonda, mentale e corporeo precipitano nell’indistinto abissale dell’inconscio, per cui la separazione tra mente e corpo assume valenza puramente euristica. In maniera speculare, lì dove la psichiatria classica oppone il sano al malato e il normale all’anormale, Freud vede un continuum, perciò lo studio dell’abnorme getta luce sulle dinamiche cosiddette normali. La radice comune è che ogni pensiero e comportamento umani hanno un senso avente origine nell’inconscio, il quale non è da pensare come un essente, ma come una formulazione teorica che consente di comprendere fenomeni altrimenti inspiegabili, tirandoli fuori dal caos e dall’irrazionale. Ciò significa che l’inconscio possiede un proprio linguaggio che si manifesta nell’ordinario e nello straordinario, ossia anche attraverso i disturbi mentali. Quello che è possibile fare è conoscere segmenti di inconscio, che nella totalità resta inconoscibile. L’inconscio non è materia inerte, ma continua attività, pertanto la sua conoscenza è un lavoro in progressione. In altri termini, il senso non è un dato da scoprire, bensì un edificio da costruire. Ne consegue che quando la ragione entra in contatto con l’inconscio non lo lascia tale e quale, ma lo modifica. Nella misura in cui il processo psicoanalitico illumina il buio dell’inconsapevole si ha l’esperienza diretta dell’inconscio.

Per la psicoanalisi di Freud, la parola ha potere terapeutico perché la sofferenza mentale è un evento linguistico e, più precisamente, un evento linguistico che parte dall’inconscio. L’inconscio ci parla attraverso il corpo, il sintomo, la parola e altro ancora. La psicoanalisi, in quanto terapia dell’ascolto, è terapia della parola, una parola che parla della sessualità. Il discorso dell’inconscio è un discorso sessuale prima di tutto perché la sessualità è il distillato della mente umana, e i modi in cui la mente si rapporta al sesso sono paradigmatici per ogni altro tipo di relazione. Quel che all’epoca di Freud fece scalpore non fu, infatti, l’attenzione nei riguardi del sesso, oggetto di numerosa manualistica e trattatistica, bensì che la sfera sessuale riguardasse il mentale e, quindi, il linguaggio. Per Freud, la sessualità non è relegata all’ambito degli organi riproduttivi, ma performa e informa la mente e il corpo, è un’energia che sgorga dall’inconscio pervadendo lo psichico e l’organico. Così si comprende meglio l’oltrepassamento freudiano della distinzione mente-corpo e dell’oggettivazione reificante medico-paziente. La sessualità è sottesa a ciascuna forma di comunicazione umana, per cui non è possibile oggettivare l’individuo o il sintomo: analista e analizzando sono parti dello stesso fenomeno e sono coinvolti nel medesimo processo. Tuttavia, la parola non esaurisce tutte le possibilità del linguaggio inconscio. La «parola», il linguaggio verbale, è istituzione socio-culturale, convenzione, è codice cui uno scarto inconscio resiste e resta irriducibile. Le urla e il dolore dell’isterica squarciano il velo di fronte al quale la parola istituzionalizzata, la scienza, rimane muta. L’isterica parla attraverso il sintomo e il sesso, decodificabili solo grazie all’istituzione di un nuovo linguaggio, di una nuova scienza, che lasci esprimere a parole ciò che c’è dietro la parola.

Il progetto psicoanalitico di verbalizzare il non ancora verbalizzato rappresenta una rivoluzione non solo per la psichiatria ma per l’intera cultura occidentale, poiché non si tratta solo di ampliare l’orizzonte della conoscenza, bensì di porre l’irrazionale al centro del soggetto conoscente. Il cogito cartesiano è, allo stesso tempo, il ripensamento e la formulazione esplicita della centralità che la ragione, in Occidente, ha sempre occupato. Se dalla grecità in poi l’uomo è un animale razionale, secondo Freud è essenzialmente irrazionale, e la ragione, in un certo senso, diventa una qualità emergente dell’irrazionale. Per Freud, non vi è da un lato la coscienza e dall’altro l’inconscio da comprendere, esiste invece una coscienza che proviene dall’inconscio e che a esso ritorna mediante un movimento riflettente e comprendente. In Una difficoltà della psicoanalisi (1916), Freud paragona l’Io cosciente che s’identifica con l’intero psichico a un sovrano assoluto che per governare si fida del suo primo ministro senza ascoltare la voce del popolo. In altre parole, la coscienza è soltanto una parte dell’universo psichico, animato da conflitti e abitato, nel profondo, dall’irrazionalità. Al fine di elaborare un discorso razionale sull’irrazionale, Freud deve cambiare paradigma epistemologico, e per compiere tale passaggio ha bisogno di rivoluzionare il linguaggio scientifico, il che spiega anche le trasformazioni del vocabolario freudiano durate tutta una vita. Rivoluzione ancora in atto, cui solo un outsider in movimento tra le discipline, e non nelle discipline, ossia operativo ai margini del sapere istituzionalizzato, ha potuto dare inizio.

Mirko Bradley


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