venerdì 30 settembre 2016

La depressione nell'analisi esistenziale

Nella Teogonia, Esiodo, narrando del destino di Urano e Kronos, fotografa la penosa condizione di chi è afflitto da depressione o malinconia. Urano impedisce che i propri figli escano dal grembo materno fin quando Gea fornisce all'ultimo, Kronos, un'ascia per evirare il padre e liberare i fratelli. Parimenti, Kronos, allarmato dalla predizione che tra la sua prole vi sarà qualcuno che lo detronizzerà, divora la progenie, finché Rea gli consegnerà un sasso al posto di Zeus, che, così sopravvissuto, realizzerà la profezia (1). Nella misura in cui Urano e Kronos precludono il futuro, inteso come avvenire e possibilità, delineano la figura del depresso, o malinconico, il quale schiaccia il tempo su un eterno presente rivolto al passato vissuto come un tormento. Eugenio Borgna e Umberto Galimberti scandagliano la sindrome depressiva e, sulle tracce della psichiatria esistenziale, la radicano nella condizione umana e nella sua totale mancanza di senso (2). Il depresso rappresenta ciò che tutti in cuor nostro sappiamo circa la solitudine desertica che abitiamo, e che mascheriamo col nostro chiacchiericcio quotidiano, con la differenza che egli non dispera, poiché è del tutto privo di speranza. La Daseinsanalyse (analisi dell'esserci o analisi esistenziale, psichiatria esistenziale o fenomenologica), all'interno del progetto di fondazione filosofica della psicoanalisi, rivela la depressione come una delle modalità espressive della verità sulla condizione umana. Tuttavia, ogni rivelazione, oltre che uno svelamento, è anche un nuovo velamento, e l'analisi esistenziale rischia di perdere di vista, paradossalmente, la specificità del fenomeno depressivo, che nella sua peculiarità è sempre la risultante di determinate esperienze di vita e non di altre. A mio parere, tale è il limite della psichiatria esistenziale, e non riguarda soltanto la depressione. Con quanto segue non mi propongo, però, di argomentare le mie obiezioni all'approccio analitico-esistenziale, bensì di seguirne il filo logico intorno alla malinconia.



Jaspers scrive: «Il suo nucleo [della malinconia o depressione] è formato da una immotivata e profonda tristezza, alla quale si aggiunge un'inibizione di tutta l'attività psichica che, oltre a essere sentita molto dolorosamente in senso soggettivo, è anche constatabile oggettivamente. Tutte le pulsioni sono inibite, il malato non ha voglia di nulla. Da una diminuzione dell'impulso al movimento e all'attività si giunge fino a una completa inattività. Nessuna risoluzione, nessuna attività possono essere intraprese […] Nella profonda tristezza il mondo appare loro [ai malati] come grigio nel grigio, indifferente e sconsolante. Di ogni cosa cercano solo il lato sfavorevole e infelice. Nel passato hanno avuto molte colpe (autorimproveri, idee di colpevolezza), il presente offre loro solo disgrazie (idee di inettitudine), l'avvenire appare loro terrificante (idee di impoverimento ecc.)» (3). Poiché per Jaspers la depressione ha la sua causa prima nel non-senso, o nella sua emersione alla coscienza, la tristezza è immotivata, ossia il depresso non riesce ha determinarne l'origine. Ciò che egli avverte è l'indeterminato, il vuoto del non-senso, appunto. Posto dinnanzi all'indeterminato, il soggetto guarda al futuro con indifferenza, intesa letteralmente come mancanza di differenza, indistinzione, penoso grigiore. In tal guisa, la depressione si manifesta come paralisi mentale e fisica, fino alla catatonia. È centrale in Jaspers, e in tutta la psichiatria esistenziale, la dimensione della temporalità. Il senso è pienezza di tempo, è tempo denso di significanza. Nel malinconico, esso è mutilato. Il futuro è eliminato in favore di un presente doloroso esperito come eterno ritorno di un passato traboccante di senso di colpa.

Binswanger osserva che nella malinconia è in atto una particolare forma di destrutturazione della temporalità, nella quale il passato non è mai passato, per cui il presente non concede al futuro di avvenire. Il passato ha valicato i propri confini e occupa l'intera dimensione temporale. Non vi è futuro perché ogni possibilità si è consumata nel passato. I racconti dei depressi, che lamentano in maniera ripetitiva la perdita di questo o quell'oggetto, di questa o quella persona, rivelano la perdita, ben più profonda, delle chances mancate. È l'intera sfera delle possibilità a essere ingabbiata in un complesso discordante di ricordi, chiuso ad accogliere l'evento di ogni nuova esperienza. Il passato racchiude la totalità delle esperienze possibili conservate nella memoria come fallimentari e il soggetto è incapace di aprirsi a nuove esperienze e, quindi, di trascendere (andare oltre) se stesso, proprio perché le lancette dell'orologio sono ferme all'indietro. Il vuoto del futuro – l'anticipazione del futuro vuoto di avvenimenti, esperienze, possibilità – genera angoscia. L'angoscia si differenzia dalla paura perché è priva di oggetti, e il futuro del depresso è del tutto mancante di oggettualità. L'angoscia è propriamente angoscia di nulla. La coscienza è sprovvista di qualsiasi progetto. In questo deserto di senso si affaccia l'idea del suicidio che, come già aveva notato Schopenhauer, non è la negazione della vita, ma l'ultima possibilità di conferirle significanza, in quanto risultante di una scelta (4). Quasi nessun depresso, di fatto, si suicida. Ma la depressione ne apre la porta alla possibilità. La possibilità estrema. L'ultima possibilità (di scelta percepita) rimasta.

Il buio dell'avvenire sottrae il desiderio, la speranza, la volontà, sino all'indistinzione tra bene e male, poiché il futuro è, come sopra osservato, indifferente. Il malinconico non vive attivamente il tempo, ma lo subisce. Egli è sempre in attesa del nulla, che inevitabilmente prende i contorni di una continua minaccia imminente. Se il passato è vissuto come una collezione di fallimenti e il tempo non è che un'incessante ripetizione del passato, il futuro, che non è avvenimento ma ritorno del vecchio, se richiamato alla mente, non può che essere foriero di sciagure. Ciò spiega, dal punto di vista della psichiatria esistenziale, il senso di colpa che affligge, senza tregua, il depresso. In qualche modo, egli si sente colpevole non tanto di esistere, bensì di essere esistito. La morte del desiderio e della speranza gli precludono l'eventualità di uscire dal presente-passato. A tal riguardo, Minkowski scrive che il malinconico trasforma «in deserto il campo fertile dell'esistenza» (5), dove esistenza è innanzitutto ex-sistentia, ossia strutturale oltrepassamento di sé in vista dell'avvenire.

L'avvenire, l'evento che accadrà, l'apertura alla possibilità, è ciò che ci collega agli altri e che ci rende partecipi di un comune destino. Nel depresso, venendo meno l'avvenire, poiché il tempo del depresso è un tempo in cui il futuro non avviene, viene anche meno tale dimensione comunitaria, il che spiega la solitudine abissale in cui egli precipita. Il depresso, anche se circondato da una miriade di persone, si rapporta a se stesso come se fosse immerso nella più profonda solitudine, pervasa da un'ossessiva ripetizione del passato dominato dal peso del male. L'indistinzione e l'assillo del male, di cui si sente responsabile, lo rendono incapace di discernere il positivo dal negativo, paralizzandone ogni scelta, e dando luogo a un tormentoso e duraturo sentimento d'impotenza. Il volto ceruleo del depresso, l'immobilità del suo corpo, la noia che c'infonde sono, per la psichiatria esistenziale, alcuni dei ponti che ci connettono a lui. Sotto il profilo pratico, al fine di abbattere la barriera della solitudine che lo pervade e di stabilire una comunicazione, dobbiamo fare appello a quel terreno comune che rende tutti noi simili ai malinconici, ossia alla costituzione bifronte di ciascun essere umano: la profonda percezione della mancanza di senso e l'essenziale e strutturale progettualità.

Bibliografia
  1. Esiodo, Teogonia, in Opere, UTET, 1977, vv. 154-206.
  2. Borgna E., Malinconia, Feltrinelli, 1992; Galimberti U., Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, 2011, pp. 293-311.
  3. Jaspers K., Psicopatologia generale, Il Pensiero Scientifico, 2000, pp. 640-641.
  4. Binswanger L., Malinconia e mania, Boringhieri, 1971, pp. 31-58.
  5. Minkowski E., Il tempo vissuto, Einaudi, 1971, p. 61.


Mirko Bradley

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