martedì 20 settembre 2016

Nessun essere è dotato di un sé

La frase che titola quest’articolo è il verso n°279 del Dhammapada, un poema contenuto nel Canone Pali, la prima raccolta di testi riguardanti la vita e gli insegnamenti di Buddha, risalente al I secolo d.C. ca. Il concetto contenuto nel verso è fondamentale per tutto il buddhismo e riguarda da vicino la concezione buddhista della soggettività. Su di un piano per ora intuitivo, possiamo cominciare con l’affermare che esso asserisce che nessuna cosa, compreso l’io, possiede una sua sostanzialità autonoma e indipendente. Nulla di ciò che è ha una sostanza incondizionata. Nulla sussiste in se stesso. Tutto ciò che esiste è, invece, il prodotto di una rete di relazioni. Tale contenuto richiede una riflessione peculiare, poiché la tradizione filosofica occidentale, almeno da Aristotele in poi, ha fondato gran parte della sua impalcatura proprio sul concetto di sostanza. Solo di recente la filosofia occidentale e la fisica moderna hanno messo in dubbio l’idea di sostanzialità.



Tutti gli esseri sono privi di un . La mancanza di sé è detta, in lingua pali, anattā. Spostandoci dal piano intuitivo a uno più analitico, è possibile sostenere che i fenomeni (le cose) sono privi di un sé per due motivi: 1) sono pensabili soltanto se posti in relazione con l’altro da sé, cioè con la differenza; 2) sono costituiti dall’incontro di fenomeni differenti e, quindi, sono formati da parti diverse. Detto in altri termini: ciascun fenomeno è il risultato di un composto complesso, sul piano logico e ontologico. Più semplicemente: ogni cosa è fatta da tante cose disparate. Secondo il buddhismo, dunque, i singoli oggetti di cui facciamo esperienza devono essere pensati ciascuno come un nodo di una rete di relazioni. Pensiamo a un albero. Non soltanto esso è riconoscibile, da un punto di vista cognitivo, solo se posto in rapporto a ciò che albero non è, ma la sua stessa esistenza è resa possibile unicamente dall’interazione di agenti diversi: terra, acqua, sole, eccetera. Insomma, nulla è attā (sostanza in sé), bensì tutto è relazione. Quanto esposto può anche essere espresso in modo diverso: nessuna identità è pura, ma è il prodotto dell’incrocio di identità diverse.

Andando ancora più in profondità, non è inesatto affermare che nessun essere è indipendentemente dalla relazione con altri esseri, i quali, a loro volta, non sono se non grazie al relazionarsi di altri esseri, e così via. Si può aggiungere che anche la relazione stessa è anattā, non sussiste in se stessa, poiché ogni relazione si dà solo col darsi di ciò che si relaziona. Da tali considerazioni non dobbiamo trarre l’errata conclusione che il buddhismo intenda negare la realtà dei fenomeni. Esso vuole invece asserire che non esistono realtà assolute, indipendenti, e che ogni realtà è letteralmente relativa. Una realtà irrelata è considerata un’illusione. Se è abbastanza semplice capire che i fenomeni esterni sono dei costrutti relativi, più difficile è applicare questo modello a noi stessi, ossia alla nostra soggettività di esseri umani.

Da un punto di vista fisico e biologico, il corpo umano (l’identità materiale dell’essere umano) non è dissimile dall’albero. Anche l’essere umano, come singolarità e come specie, per essere quello che è, ha bisogno dell’altro da sé: di acqua, cibo, ossigeno, eccetera. Il corpo umano è, pertanto, un sistema aperto. E la sua identità è relativa a ciò che corpo umano non è. Tuttavia, quando si parla di soggettività, di io, di identità del singolo individuo, si fa riferimento, in modo consapevole o meno, alla mente. Il cogito ergo sum cartesiano, fra l’altro, individua nel pensiero il fondamento dell’identità del singolo individuo. È indubitabile, infatti, che, pensando, io mi percepisca come un individuo distinto dagli altri individui e dal mondo. Il problema è, dunque, comprendere in che senso, per la filosofia buddhista, tale distinzione non è assoluta, ma è relativa. In altre parole, per il buddhismo, la percezione di un sé autonomo dell’io, da parte dell’individuo, è illusoria.

Tornando all’esempio dell’albero, possiamo considerare che se da un lato è vero che esso è distinto dall’aria, dall’acqua e dal terreno da cui trae nutrimento, dall’altro, è altrettanto vero che l’albero non sarebbe senza tali nutrimenti. Il suo sé è, quindi, dipendente e condizionato dall’altro da sé. Asserire che il suo sé (la sua identità) è indipendente e autonomo è illusorio. Allo stesso modo, per il buddhismo, la mente non è una scatola che contiene i pensieri e le emozioni, ma coincide con i pensieri e con le emozioni. Non è possibile distinguere la mente da ciò che pensa e da ciò che prova. Anche l’autocoscienza – la capacità di osservare e di riflettere sui propri pensieri e sui propri stati d’animo – è un pensiero rivolto ad altri pensieri o alle emozioni. Se non possiamo distinguere la mente dai pensieri e dalle emozioni, dobbiamo concludere che la mente è una sorta di sistema complesso di pensieri ed emozioni. Ma da dove sorgono i pensieri e le emozioni? Noi non vediamo la loro origine, li vediamo venire alla luce e poi svanire. Escludendo che nascano e muoiano dal e nel nulla, poiché dal nulla niente è posto in essere, la tradizione buddhista asserisce che essi siano il prodotto dell’interazione col mondo esterno. La mente (sistema complesso di pensieri ed emozioni), pertanto, è l’interfaccia tra mondo interiore e mondo esteriore. Pensata in questo modo, la mente è un nodo di una rete ancora più complessa, ed è, pertanto, intimamente connessa al mondo esterno. Perciò, è possibile parlare di mente (io, soggettività, individualità) solamente se la si pone in relazione con l’altro da sé. In altre parole, l’io esiste, ma non in maniera indipendente e autonoma (attā), bensì dipendente e condizionata. In tal senso, anche l’io è privo di sé (anattā), non sussiste in se stesso.

È bene non dimenticare che il buddhismo è simultaneamente teoria e pratica, con il primato conferito a quest’ultima. Se metabolizziamo la teoria della mancanza di sé – magari attraverso la meditazione – avremo dei benefici nella nostra vita quotidiana. La consapevolezza della mancanza di sé, ad esempio, fornisce un valido antidoto all’egoismo. Percepire se stessi come un nodo di una rete di relazioni, non solo serve a farci sentire parte di un tutto, ma sgonfia il nostro ego, rendendolo meno vulnerabile ai pensieri e alle emozioni negative. Un io tronfio è più soggetto a essere bersaglio in genere, e di negatività in particolare. Metaforicamente, esso occupa più spazio e, per questo, è più facile colpirlo. Invece, avere la consapevolezza di essere dipendenti da tutta una serie di fattori rimpicciolisce il nostro ego, e lo rende più sfuggente agli attacchi. In altre parole, essere coscienti di avere un io dipendente e relativo aiuta a prendersi meno sul serio, ci ricorda che siamo simili a particelle-onde fluttuanti nell’universo.

Bibliografia
R. Gnoli (a cura di), La rivelazione del Buddha. I testi antichi, I vol., Mondadori, 2001.



Mirko Bradley

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.