domenica 20 novembre 2016

Abitudini emotive

Ho ricordi frammentari e confusi di quando imparai a nuotare. Rammento solo di essere entrato in piscina con i braccioli e di esserne uscito senza. In più, ho qualche fotogramma del luogo in cui mi trovavo e di mio padre che mi seguiva. Non ho invece memoria del contesto temporale e di altri avvenimenti collegati. La stessa cosa succede a tutti con le emozioni: sono state un tempo apprese in relazione a eventi specifici, ma delle prime volte – che poi sono diventate abitudini attraverso la ripetizione – abbiamo soltanto immagini che si sovrappongono e, molto probabilmente, neanche tanto veritiere. I momenti iniziali nei quali hanno preso forma le nostre consuetudini emozionali sono talmente sepolte nell'oblio che esse ci sembrano totalmente naturali. Per esempio, se sono nato e cresciuto in una famiglia litigiosa, in cui l'ira e i conflitti sfociavano in urla, avrò assimilato quel modo di esprimere l'ira e considererò normale urlare o, per reazione inversa, la reprimerò nel silenzio. È inoltre interessante notare come molti individui, dopo aver appreso e consolidato un determinato schema emotivo, lo considerino normale non soltanto per se stessi ma anche per gli altri. Il fatto che i modelli emotivi siano appresi non esclude una sotto-struttura innata: noi sviluppiamo una o più dinamiche sulla base di un ventaglio di possibilità offerte dalla natura, nello stesso senso in cui impariamo e adoperiamo una lingua piuttosto che un'altra su di una grammatica universale, secondo il modello elaborato da Noam Chomsky. Esistono inoltre dei vincoli genetici, che però non possono essere considerati in maniera indipendente dall'interazione con l'ambiente. Il sistema emotivo così organizzato genera anche aspettative di pensieri su sé e sugli altri, del tipo: "se non esprimo così i miei sentimenti non sono io e non vengo riconosciuto/accettato". Poiché le risposte emotive divengono abitudinarie grazie alla ripetizione, è su di essa che occorre riflettere, al fine di prenderne le distanze e invertire la rotta. Ciò vuol dire piantarla di essere controllati dalle emozioni e cominciare a governarle, nei limiti del possibile. Restando all'esempio dell'ira, ho osservato su me stesso come esista una similitudine tra le cause che la innescano. La concatenazione di emozioni e pensieri si reitera a partire da eventi contestuali similari. Poiché si tratta di concatenazioni inconscie, abbiamo difficoltà a riconoscere che il meccanismo emotivo disadattivo scatta solitamente nel momento in cui associamo un determinato avvenimento alla frustrazione di un nostro bisogno/desiderio profondo. Per lo più, tale associazione meccanica e ripetitiva che innesca l'automatismo reattivo è del tutto arbitraria, poiché raramente ci troviamo di fronte al problema di realizzare i nostri bisogni/desideri più profondi. Pertanto, l'intero processo sembra seguire il criterio dell'analogia: una situazione attuale attiva la catena emotiva *risucchiando* circostanze analoghe. Osservare tale dinamica come se ci trovassimo da un'angolatura esterna significa prenderne le distanze, il che favorisce la visione, la presa di coscienza e l'attuazione di reazioni alternative. Assumendo questa prospettiva, emergono uno o più princìpi organizzatori dei nostri schemi di reazione emotiva, sui quali è possibile fare leva per il mutamento. 

Mirko Bradley

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