domenica 20 novembre 2016

Adattamento edonico

L'espressione adattamento edonico indica che ci abituiamo facilmente alle cose belle, per cui l'appagamento di un desiderio tradisce sempre le sue aspettative. Il desiderio, di solito, ci fa immaginare un futuro stato mentale che è immancabilmente deluso poco dopo che il desiderio è stato appagato. Noi tendiamo a immaginare che, una volta soddisfatto il desiderio, manteniamo a tempo indeterminato una condizione di benessere mentale stabile e duratura. Insomma, crediamo che, quando raggiungiamo l'obiettivo, il nostro grado di felicità si assesti su uno standard più elevato rispetto a quello ordinario. Nell'esperienza, invece, il picco di benessere mentale conseguito con l'appagamento del desiderio ha breve durata, per lasciare il posto a una condizione simile a quella antecedente, se non peggiore. Dopo aver soddisfatto l'oggetto del desiderio, il nostro stato mentale declina inevitabilmente. Sfruttando questa dinamica automatica della mente, ad esempio, i comportamentisti cercano di curare le fobie bombardando il soggetto fobico di paure simulate, in maniera da provocare l'affievolirsi o lo spegnersi della reattività.



Alla fine, la filosofia e la psicologia, nel migliore dei casi, sono soltanto un'evoluzione più raffinata e sottile della saggezza popolare, e proprio per questo talvolta la ribaltano. Qui non parlo degli schemi mentali maladattivi, ma dell'insoddisfazione cronica che si abbatte su gran parte della popolazione occidentale nonostante tutti i comfort di cui dispone. Anche chi vive in un contesto di benessere materiale può sperimentare sulla propria pelle un perdurante malessere esistenziale. Vivere in un Paese in pace, avere una relazione amorosa, un lavoro, una casa e gli alimenti necessari al nutrimento non sembrano sufficienti a realizzare la legittima aspirazione a un benessere interiore stabile. In assenza di traumi specifici (reali o immaginari), tale condizione di malessere esistenziale si comprende, in parte, con la cognizione che tutto finisce per sembrarci normale, scontato, come se si trattasse di un dato di natura. Per «adattamento» intendo la dinamica mentale per cui avviene il calo o l'estinzione di una risposta a uno stimolo ripetuto e/o prolungato. Con «edonico» indico che tale stimolo è conforme al nostro oggetto del desiderio. Alcuni studi mostrano come esistano almeno due metodi per evitare che ci abituiamo agli stimoli positivi. La prima metodologia propone un blackout degli standard di normalità, ossia privarsi strategicamente, di tanto in tanto, delle fonti di benessere ordinario. La lontananza da ciò che diamo per scontato ce ne fa apprezzare il valore. Per esempio, rinunciare temporaneamente alla tecnologia o alla vicinanza dei propri cari abbassa il livello di abitudine. Forse è anche per questa ragione che storicamente si sono imposti i ritiri spirituali. Il secondo stratagemma consiste nel cogliere le sfumature differenziali tra un giorno e l'altro. L'adattamento edonico, infatti, si traduce nella percezione del grigiore quotidiano. Invece, se prestiamo attenzione a ciascuna fase che compone ogni singola giornata, ci accorgiamo delle variazioni che distinguono sempre un giorno dall'altro. Può trattarsi di relazioni interpersonali, quindi di eventi esterni, o di stati emotivi. In ogni caso, ogni giorno ci offre delle occasioni cognitive ed emozionali che per lo più ci sfuggono e che, viceversa, faremmo bene a cogliere per imparare qualcosa di nuovo. E imparare qualcosa di nuovo, per chi non è totalmente disilluso, eleva il livello di gratificazione personale e dirada il grigiore quotidiano. Vi è, tuttavia, a mio parere, un'altra tecnica, un modo paradossale di utilizzare l'adattamento per aumentare il nostro benessere mentale, e consiste nel guardare in faccia l'abisso.

Dio e il sole non sono gli unici enti che non possono essere fissati a lungo, ce n'è un terzo: l'abisso. Schopenhauer e Heidegger hanno sostenuto con forza che la noia è il fondamento dell'esistenza. Heidegger, in particolare, ha scritto che la noia ha le sue radici nell'abisso e che guardare l'abisso è la causa primaria di angoscia. Esiste, però, un modo – se si preferisce un trucco – per usare la noia e l'angoscia a proprio vantaggio, allo scopo del benessere mentale. Che ne siamo consapevoli o meno, è sull'abisso che costruiamo le nostre fragili esistenze, ma la consapevolezza non è un semplice dettaglio. «E se guarderai a lungo nell'abisso, l'abisso guarderà dentro di te», la frase di Nietzsche che per molto tempo mi ha torturato, e che associo, da non credente, alla «notte della fede» di Giovanni della Croce, trova il suo risvolto positivo nel medesimo meccanismo sottostante all'adattamento edonico. Accogliere il dolore e la paura, l'effimero del presente, l'angoscia dell'abisso che fa capolino senza tregua, genera una reazione compensativa per cui la mente distoglie lo sguardo dal nulla e lo volge verso la ricerca del benessere. Non è tanto il raggiungimento dell'oggetto del desiderio ad appagarci, ma la tensione verso di esso. La saggezza popolare afferma che una volta toccato il fondo non si può che risalire. Io non penso sia vero, tant'è che un altro detto avvisa che non c'è mai fine al peggio. Credo piuttosto che la condizione per far tesoro dell'abisso, e quindi per risalire, sia esserne consapevoli, ossia avere il coraggio di fissarlo, per il breve tempo che ci è consentito. In altre parole, la stessa dinamica mentale per la quale ci abituiamo al benessere fino a sentirci sottotono o decisamente male, ci soccorre davanti all'abisso e ci guida verso il benessere, se solo, però, abbiamo l'ardire di guardarlo dentro.


Mirko Bradley

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