venerdì 4 novembre 2016

Possiamo fare a meno del pane ma non della bellezza

La frase del titolo, tratta liberamente da I demoni di Dostoevskij, mi dà l'occasione di scrivere due righe, sotto forma di appunti estemporanei, sull'idea di bellezza. Secondo la mia lettura, Plotino funge da spartiacque tra la concezione greca classica della bellezza e quella che, a mo' di strategia euristica, proporrei di chiamare post-classica. Nelle Enneadi di Plotino (III sec. d. C.), assieme a una straordinaria sintesi del pensiero greco classico filtrato dall'ellenismo, troviamo le tracce di un paradigma che si affermerà a partire dal medioevo e che condizionerà la storia della bellezza fino all'epoca contemporanea. Il mio intento è mettere a fuoco, benché a grandi linee, le conseguenze dello slittamento della bellezza dal piano della trascendenza a quello dell'immanenza; conseguenze che si traducono nella materializzazione e nella mercificazione del bello.

Fidia, Testa di Atena, V sec. a.C. (copia romana)


Nella Grecia classica, ma probabilmente anche prima, la bellezza è in primo luogo l'ordine delle idee. Essa è collocata sul piano ideale e riguarda solo di riflesso quello sensibile. Sotto questo rispetto, il mondo nel quale noi ci muoviamo è l'antitesi di quello greco. Detto altrimenti, per i greci bella è l'idea e non l'oggetto: l'oggetto naturale o artistico è apprezzabile e fonte di piacere estetico soltanto nella misura in cui riflette l'ordine ideale. Per i greci non avrebbe avuto senso alcuno affermare che un oggetto è bello in sé. Plotino conserva tale assunto, tuttavia, poiché la dimensione ideale non è più trascendente rispetto a quella sensibile (come lo è per i greci), bensì immanente, avviene simultaneamente uno spostamento concettuale, per il quale diventa asseribile che un oggetto è in se stesso bello proprio perché, per così dire, racchiude al suo interno l'idea di bellezza. Questo spostamento getta i presupposti per pensare, come fanno i moderni, la bellezza sia come una proprietà dell'oggetto materiale, sia come una qualità percettiva del soggetto fruitore.

Mirone, Discobolo, V sec. a.C. (copia romana)


Per i greci, l'arte è téchne, ossia tecnica sopraffina di rappresentare la bellezza ideale nell'unicità dell'oggetto materiale prodotto. Ciò non ha nulla a che fare con la producibilità seriale già in atto nel mondo romano. Con l'avvento dell'era cristiana, la bellezza è già pienamente oggettuale, sebbene riflesso dell'ordine divino. Se provassimo a immaginare bellezza ideale e bellezza oggettuale (materiale) come se fossero due piatti di una bilancia, vedremmo che il secondo piatto acquista peso a svantaggio del primo. Dopo il medioevo, la bellezza progressivamente scompare dal canone estetico occidentale, fino ad assumere scarso o nessun rilievo dalla seconda metà dell'Ottocento, con le uniche eccezioni, probabilmente, del movimento preraffaellita e dell'estetismo. Sintomatico di tale processo è, nelle arti figurative, la traslazione del bello dal soggetto alla composizione, per cui continuiamo a predicare la bellezza di un'opera anche se il soggetto rappresentato è orrido o addirittura assente.

Leochares, Apollo Belvedere, IV sec. a.C. (copia romana)


Se confrontiamo il bello di Fidia (V sec. a. C.) con la Merda d'artista di Manzoni (1961), cogliamo intuitivamente il senso (la direzione) della bellezza nella storia della civiltà occidentale. Per i greci, la bellezza era producibile ma non riproducibile, afferiva, come accennavo, all'unicità. Dall'età romana in poi, l'affermarsi della riproducibilità impone la quantità sulla qualità e il mercato sull'eccellenza. Il risultato moderno e contemporaneo è che il mercimonio sostituisce la bellezza come canone estetico. D'altro canto, i greci erano consapevoli dell'ambivalenza della bellezza. I loro miti, ripresi da Omero, presentano sin dall'inizio l'elemento corruttore insito nel bello, che diverrà prevalente nell'orrore odierno. Quando Paride è chiamato a scegliere la più bella tra Giunone, Minerva e Venere, è corrotto, nel giudizio, dal dono della bellezza, che scatenerà la prima grande guerra di tutti i tempi, la guerra di Troia. La bellezza greca, proprio perché innanzitutto idea trascendente, sempre sfugge, non si possiede, è qualcosa cui incessantemente si anela, eterno oggetto del desiderio. A dispetto di ogni classicismo, i greci sapevano che la bellezza stava nell'armonia solo a condizione di concepire quest'ultima come relazione tra differenze e non come ordine lineare privo di contraddizioni, tant'è che in origine Apollo è connesso a Dioniso. La modernità, soprattutto nella sua versione “post”, ha separato i contrari dando origine al gusto dell'orrido.

Lisippo, Pugile in riposo, IV sec. a.C.


Dante dice di Giotto che, attraverso la pittura, ci ha donato una nuova visione del mondo. Osserviamo come il fulcro della riflessione estetica si sposti ancora verso il mondo (la materia) e la visione che se ne dà. Il piano ideale perde terreno a favore di quello sensibile. La materializzazione della bellezza è la radice della sua mercificazione, per cui il bello è prezioso non perché accresce le capacità emotive e cognitive, ma perché possiede un valore economico. Nell'universo culturale in cui si muove Fidia, la bellezza afferisce all'ontologia ed è inscindibile dal vero e dal giusto. L'arte e la letteratura non hanno valore in sé, ma solo perché rimandano alla bellezza ideale di cui sono imitazione. Per Platone, esse sono l'imitazione di un'imitazione. Da qui la concezione negativa di Platone nei riguardi della creazione artistica. Massimamente a partire dal medioevo, l'oggetto artistico assume valenza autonoma, la sua costituzione materiale è essa stessa una forma d'incarnazione del divino. Col rinascimento, l'approccio platonico di imitazione dell'imitazione torna in auge, ma con connotati positivi. I filosofi, i letterati e gli artisti rinascimentali riconoscono ed esaltano l'aspetto apollineo dell'arte, che sfocerà nel razionalismo esasperato delle periferie urbane contemporanee. Nonostante il genio rinascimentale, tra Quattro e Cinquecento il processo di mercificazione della bellezza è compiuto.

P. Morandi, Merda d'artista, 1961


Dostoevskij comprese la posta in gioco della bellezza e come di essa ne vada del senso. Nell'Idiota scrive che la bellezza è la qualità che dona senso, suggellando il romanzo con la celebre frase: «la bellezza salverà il mondo». Al pari dei greci, egli comprese che verità, bene e bellezza costituiscono un'unità originaria inscindibile. Nella Grecia classica si adoperava sovente la metafora del vedere per indicare, tramite allusione, tale unità, che Plotino, sull'eredità ellenistica, completa con quella del sentire. Verità, bene e bellezza sono oggetto del vedere e del sentire, intese come attività meta-intellettuali e meta-sensibili, dove l'oggetto è già da sempre in relazione al soggetto percepente. A vedere e a sentire non sono l'intelletto o i cinque sensi, ma una particolare predisposizione della psyché indicata spesso col termine noũs, in cui si trova lo stretto legame tra soggetto e oggetto, e dove il primo si riconosce parte del secondo. La distinzione operata dalla modernità di soggetto e oggetto istituisce la possibilità del relativismo non soltanto gnoseologico e morale, ma anche estetico, per il quale, estremizzato in un assioma popolare, il giudizio sull'arte e sulla letteratura è individuale. Invece, per i greci, la via estetica è insieme via gnoseologica ed etica: l'educazione alla bellezza è, allo stesso tempo, educazione alla verità e al bene. Con un linguaggio attuale, potremmo dire che la grecità pensa l'educazione estetica come un esercizio delle facoltà emotive e cognitive non distinguibile dall'esercizio di quelle stesse facoltà alla verità e al bene. Con la perdita del senso dell'esperienza estetica greca del bello non si depaupera soltanto il piacere dei sensi e dell'intelletto, ma anche la possibilità di condivisione delle emozioni e del sapere che arricchisce le nostre vite e le avvicina al prossimo, rendendoci più sensibili al destino dell'umanità. Si comprende pure, a questo punto, che relegando la bellezza ai cartelloni pubblicitari, si delega la verità alla retorica e il bene alla giurisprudenza.

Mirko Bradley

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