martedì 6 dicembre 2016

L'ossessione in Faust

Goethe, nel Faust (1808), preannuncia le sorti dell'Occidente e, con la globalizzazione, dell'intero pianeta.

Faust è ossessionato dalla conoscenza, è assediato da un desiderio di sapere che si declina in molteplici forme in conflitto l'una con l'altra – eppure mira a cogliere il senso profondo della verità. L'ossessione si dà nella ripetizione di oggetti del desiderio la cui soddisfazione non colma il vuoto di senso, ma anzi lo alimenta, e nella loro lotta. Il conflitto continuo espone Faust, inevitabilmente, alla frustrazione e al dolore. Da questo punto di vista, egli rappresenta una prima grande metafora dell'Occidente, un Occidente dominato dalla scienza e dalla tecnica rese ottuse dall'assenza d'interrogativo sul senso. Scienza e tecnica, prive di pensiero, sono azioni senza senso, cioè vuote di un fine che possa riempire di significato ciascuna azione. L'Occidente è ossessionato dalla conoscenza, ma si tratta di una conoscenza fine a se stessa, volta all'appagamento nell'immediato. Tale è il dominio della tecnica. Infatti, il desiderio di conoscenza, da parte di Faust, è indistinguibile dalla sua azione, e ambedue si basano sulla razionalità. Ma si tratta di una razionalità puramente operativa, meccanica, poiché il desiderio profondo di giungere alle radici della conoscenza, per quanto consapevole, resta sullo sfondo. Tuttavia, è su questo desiderio fondamentale che è giocata la sfida tra Mefistofele e il Signore. Il diavolo è convinto che il desiderio di conoscenza e la razionalità (operativa) di Faust lo condurranno alla perdizione, mentre il Signore è fiducioso nella ragione come criterio di discernimento tra bene e male. Il patto sancito tra Mefistofele e il Signore verte sull'esito della ricerca faustiana. Se il diavolo riuscirà a distogliere Faust dal suo progetto di verità, ne preleverà l'anima.



Al patto tra Mefistofele e il Signore segue quello tra il primo e Faust. L'esistenza di Faust, fino a quel momento, era stata caratterizzata dalla cosciente afflizione che sempre qualcosa sfuggiva al suo campo cognitivo. Su tale presupposto, Mefistofele s'impegna a mettersi a suo servizio per donargli l'appagamento che aveva sempre invano cercato, soddisfacendo ogni suo desiderio. In tal modo, Mefistofele avrebbe incrementato l'impulso ossessivo di Faust fino alla caduta di quest'ultimo. Benché egli fosse scettico sulla promessa di Mefistofele – proprio perché il suo desiderio più intimo era cogliere il senso ultimo della verità – stipula il patto, per il quale se avesse ceduto anche per un solo istante («Se dirò all'attimo: fermati, sei così bello»), la sua anima sarebbe stata del diavolo. Faust è sicuro di sé e fermo nel suo proposito, poiché nel profondo del suo animo coltiva il desiderio di giungere alla sorgente primaria del suo conoscere e del suo agire. Egli ritiene che non si lascerà sedurre dalle lusinghe di Mefistofele, il quale può offrirgli solo piaceri effimeri e straordinari. Ma Faust perde la scommessa e, con lui, in un certo senso, noi la nostra.

Il cedimento di Faust alla bellezza dell'attimo effimero simboleggia la resa dell'intera cultura occidentale all'appagamento dato dalla tecnica che lavora sul soddisfacimento immediato rinunciando al senso e ripetendo, all'infinito, il meccanismo dell'ossessione e della compulsione. Di volta in volta, il singolo oggetto del desiderio, a portata di mano, lascia scontenti. Tradendo il proprio desiderio più profondo, Faust agisce senza pensare, o meglio, agisce senza conferire senso all'azione. Ciononostante, gli angeli sottraggono l'anima di Faust a Mefistofele, per una «lacrimuccia», come lamenterà, non senza ragione, questi al Signore. Ma la lacrimuccia – che è incanto per Elena e pentimento di aver ceduto all'attimo (ossessione) – rivela l'altro volto dell'Occidente, cioè la possibilità di una civiltà contenente una scienza e una tecnica che siano anche pensanti e che non prescindano dall'orizzonte aperto dall'interrogazione sull'ordine del senso.


Mirko Bradley

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