giovedì 26 gennaio 2017

Per una filosofia del tempo

Com'è noto sin dalle scuole più o meno buone che abbiamo frequentato, nel mondo greco ci fu un pensatore che Aristotele – solitamente moderato nei giudizi – definì “folle”, questo filosofo è Parmenide di Elea. Egli e il suo discepolo Zenone negavano l'esistenza del tempo che, con un linguaggio attuale, avrebbero definito un'illusione ottica. L'idea, fondata su una logica sottilissima, fu ben presto gettata alle ortiche, per essere ripresa in maniera potente e insistita dal filosofo italiano Emanuele Severino (1964). Il nucleo concettuale di Parmenide-Severino è che l'esistenza del tempo negherebbe il principio ontologico fondamentale di non contraddizione, poiché presupporrebbe che l'essere è e non è. Nel corso della storia del pensiero occidentale, sono numerosi i filosofi che si sono interrogati sull'essenza del tempo. Ad esempio, Agostino d'Ippona sosteneva che egli sapeva cosa fosse il tempo fin quando qualcuno non glielo chiedeva. Il tema, insomma, ha fatto registrare il naufragio delle più acute menti di sempre (Masullo, 1995), tanto che sovviene la battuta per cui “tutti sanno cos'è il tempo eccetto i filosofi”.



Il dibattito sembrava destinato ad arenarsi nelle polverose dispute accademiche fin quando alcuni fisici non lo hanno rilanciato, assieme alle inevitabili implicazioni filosofiche. In particolare, il fisico italiano Carlo Rovelli (2014) ha scritto che il tempo è inesistente dal punto di vista della fisica fondamentale, ossia delle particelle elementari. Questo assunto apre una voragine di problemi. Esso, infatti, si presenta come la negazione di tutta una serie di evidenze, riportando, almeno apparentemente, la questione ai tempi di Parmenide e Aristotele. Se il tempo non esiste – trattandosi di un'illusione – non esiste neanche il cambiamento, l'evoluzione. E la pena causata dal peso del passato e dall'invecchiamento non sarebbero altro che il prodotto di un delirio collettivo. Anche il tempo interiore, quindi, sarebbe il risultato di una percezione errata di sé. Rovelli, però, non è il solo e, tra le fila dei “negazionisti” del tempo, si annovera anche il filosofo americano Adrian Bardon, il quale ha elaborato una formulazione sistematica della faccenda, ripercorrendo le tappe del concetto di tempo dalle origini ai giorni nostri, integrando scienza e filosofia (Bardon, 2013).

A me sembra che gli spunti offerti da queste ricerche non siano da minimizzare. Il problema centrale che esse pongono sia la relazione, in apparenza contraddittoria, fra le “cose piccole” (meccanica quantistica) e le “cose grandi” (teorie della relatività). Inoltre, come accennato, la negazione del tempo nelle cose piccole negherebbe anche lo scorrere del tempo come esperienza interiore, la quale, però, non è illogico che sia compresa all'interno delle cose grandi. Seguendo il filo logico degli studi riportati, la suddetta contraddizione, a mio parere, è, appunto, soltanto apparente. Per dirla in maniera estremamente sintetica, si potrebbe affermare che il tempo, così com'è concepito dalla nostra mente e dagli strumenti di misurazione ordinari,

è la risultante dell'attività delle particelle elementari che considerate a sé stanti sono prive di tempo.

Detto in altri termini, il tempo è l'effetto di una struttura fondamentale che non ha tempo. Una prima grande obiezione a quest'idea è che l'attività delle particelle (l'attività produttrice di tempo) avviene nel tempo e non al di fuori di esso. Tuttavia, la contro-obiezione potrebbe essere che non è l'attività ad avvenire nel tempo, bensì l'osservazione di tale attività a essere temporale. È, in altre parole, l'osservatore a essere collocato nel tempo e non la struttura fisica fondamentale, della quale i termini “attività” oppure “effetto” sono puramente esplicativi. La stessa cosa si può dire anche in un altro modo:

il tempo è una qualità emergente del non-tempo.

In questa maniera, ciò che vale per le cose piccole non vale per le cose grandi, senza che però i due sistemi entrino in conflitto, poiché il secondo sarebbe il risultato del primo. D'altro canto, se il punto di osservazione (tempo) condiziona l'oggetto osservato (non-tempo), come suggerito da Heisenberg (1950), ciò renderebbe ragione non tanto dell'attività delle particelle fondamentali, quanto del fatto che tale attività sia percepita come fenomeno temporale.

Mirko Bradley

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