mercoledì 13 settembre 2017

La bellezza in Saffo

La fortuna di cui gode la bellezza nella nostra epoca è ben sintetizzata nelle parole di Ágnes Heller: «Che sarà mai se la bellezza è quella di Disneyland? Se il bello autentico è quello della reginetta di bellezza e il bello vero quello della pubblicità televisiva? Alla fine, chi se ne importa? Da molte parti si sentono voci di questo tipo. La mia risposta è che a me importa eccome» (1). Dopo il Rinascimento, la categoria estetica della bellezza ha registrato un lento declino, anche a causa del suo passato ingombrante e, di contro, per il disaccordo intorno alla sua concettualizzazione. Un declino che è divenuto una quasi totale assenza nel Novecento. Sono numerosi gli studiosi che, con argomentazioni diverse, hanno sostenuto la necessità di sbarazzarsi della bellezza come categoria estetica, escludendola del tutto dalla riflessione sulle arti, sulla letteratura e sulla natura (2). Una posizione mediana è proposta da Wittgenstein, per il quale «bellezza» ha un significato relativo ai «giochi linguistici» nei quali è inserita, non mancando di notare, però, che tra i differenti usi terminologici esiste un'analogia (3). Eco, invece, avanza la tesi secondo cui si dovrebbe parlare di idee di bellezza (al plurale) poiché il problema della bellezza è storicamente caratterizzato da miscugli e stratificazioni (4). Dal canto suo, il filosofo analitico Arthur Danto elabora una teoria che spinge verso una concezione della bellezza come aspetto marginale dell'estetica (se non verso una cera e propria concezione eliminativista), posizione non molto dissimile da quella assunta da Paolo D'Angelo (5).

Secondo il mio modo di vedere, tutte le posizioni teoriche citate sono manifestazioni di ciò che dopo Nietzsche è stato chiamato nichilismo. Ma, a differenza della maggior parte della speculazione che ha fatto seguito a Nietzsche, io non penso che il nichilismo sia un costrutto epocale, ritengo piuttosto che sia inerente alla struttura della condizione umana. O meglio, a mio parere, il nichilismo è la risultante di un certo modo d'interpretare la condizione umana. Ancora più precisamente, ritengo che il nichilismo sia l'effetto di una certa modalità in cui è stato inteso il divenire – modalità di una parte della cultura greca che, col tempo, in Occidente, si è imposta in maniera prevalente. Lì dove gli orientali hanno colto un'opportunità, gli occidentali hanno visto un limite insormontabile. Dalla presa di coscienza del divenire di tutte le cose, gli orientali hanno tratto una chance di cambiamento, crescita, miglioramento (individuale e collettiva), mentre gli occidentali una fonte di disperazione cui porre rimedio. Tuttavia, nell'Occidente aurorale è inscritta una possibilità che avvicina i due mondi, e che fa apparire l'Oriente meno distante dall'Occidente di quanto sia apparso per millenni. Infatti, i greci, prima di Platone, hanno pensato la bellezza come antidoto al nulla, che sentivano come presenza inquietante. Un antidoto che non doveva servire da contrappeso, ma che era pensato come forza creatrice che riempie di senso – un senso sempre precario – la percezione del vuoto e della mancanza. In altre parole, un versante differente della cultura greca, prima di Platone, ha individuato in quel divenire, che conduce tutte le cose nel nulla, la stessa forza generatrice di bellezza e di appagamento. Non si tratta, qui, di guardare a questa cultura pre-platonica con sentimento nostalgico, ma di rievocarne le potenzialità. La bellezza ha il potere di rapirci nell'incantamento (Dante) e di condurci in uno stato di benessere, in virtù di una magica alchimia tra estetica ed estatica. Così, la bellezza si rivela l'essenza di ogni nostro rapporto positivo col mondo, di cui, non a caso, appunto, predichiamo la bellezza ogni volta che ci procura, non soltanto piacere, ma uno stato d'animo di completezza. Nelle righe che seguono, non intendo elaborare una contro-teoria alla tendenza preponderante che minimizza o esclude la bellezza dalla meditazione intellettuale sulle arti, sulla letteratura e sulla natura, ma solo tratteggiarne i presupposti, al fine di offrire (in primo luogo a me stesso) delle linee guida di pensiero. Procedo, quindi, al commento di un passaggio contenuto in un frammento di Saffo, nel quale la bellezza è messa in relazione all'amore e, dunque, al desiderio.

«Chi dice che un esercito di fanti,
altri di cavalieri, altri di navi,
è la cosa più bella sulla terra nera,
io, invece, chi si ama» (6).

Le parole che ho evidenziato in corsivo dicono della concezione della bellezza in Saffo, a partire da un topos letterario omerico: la «terra nera». La bellezza si erge sulla terra chiamata «nera», contrapponendosi a essa. Nell'Iliade si legge: «Di questi Protesilao bellicoso ebbe il comando finché fu vivo; ma ormai la terra nera lo ricopriva» (7). La terra (Grund), in quanto nera, è allo stesso tempo immagine di ciò che le sta sotto (Un-grund), del baratro da cui affiora e che, allo stesso tempo, cela. Essa rimanda al vuoto abissale. La bellezza s'innalza su questo spazio siderale. La natura creatrice del nulla che ci affanna e smarrisce, è anche generatrice e nutrice di bellezza. Saffo, in verità, sembra alludere a qualcosa di ancora più elevato: la cosa più bella è chi si ama. Non solo la bellezza, ma il suo vertice (kálliston) è l'oggetto del proprio amore. Per Saffo (égo), dunque, la cosa più bella è la persona (tis) che è amata (ératai). La bellezza, nella sua forma più alta, è definita a partire dall'amore. L'amore è il mezzo attraverso il quale giudichiamo un oggetto (nel caso specifico una persona) bello. Attribuiamo la qualità della bellezza in virtù dell'amore. È l'éros di éretai a giocare il ruolo fondamentale nella determinazione del bello. L'eros getta un ponte verso l'Altro (uso la lettera maiuscola per indicare l'alterità generica e potenziale, e non un individuo o una cosa specifici), istituendo un movimento che è simultaneamente di scoperta (dell'Altro, appunto) e di attribuzione di bellezza. Non possiamo affermare che l'amore s'identifichi col desiderio, ma possiamo convenire che ciò che amiamo è oggetto del nostro desiderio. Agli albori della civiltà occidentale, Saffo indica la via per pensare la bellezza, che non può essere confusa col piacere o la piacevolezza, perché riguarda qualcosa di più profondo, ossia l'amore e il desiderio. Posto in questi termini, il problema della bellezza trascende la sfera estetica per afferire a quella etica e a quella gnoseologica o, ma è lo stesso, l'estetica è intimamente connessa all'etica e alla questione della verità, proprio perché ci fa volgere lo sguardo verso l'apertura della soggettività all'Altro.

Bibliografia
  1. Heller Á., The Concept of the Beautiful, Lanham, Lexington Books, 2012, p. XLVII (trad. mia).
  2. Si vedano, ad esempio, Ogden Ch., Richards I., Il significato del significato (1923), Milano, Garzanti, 1975; Ayer, Linguaggio, Verità e logica (1935), Milano, Feltrinelli, 1961.
  3. Wittgenstein L., Lezioni sull'estetica (1938), in id., Lezioni e conversazioni, Milano, Adelphi, 2016.
  4. L'idea è sviluppata in più lavori, si veda soprattutto: Eco U. (a cura di), Storia della bellezza, Milano, Bompiani, 2004.
  5. Danto A., L'abuso della bellezza, Milano, Postmedia Books, 2008; D'Angelo P., Estetica, Roma, Laterza, 2012.
  6. Saffo, fr. 16, vv. 1-4 (trad. mia).
  7. Omero, Iliade, II, vv. 698-699 (trad. di G. Cerri).
     

    Mirko Bradley

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