mercoledì 13 settembre 2017

Montaigne: io e gli altri

Leggendo Michel de Montaigne (1533-92) mi pare difficile eludere la domanda sul perché egli fosse così interessato alla conoscenza di sé e degli altri, cui possono essere fornite risposte diverse, nessuna delle quali, però, esclude l’idea che ho tratto dalla sua scrittura, ossia che alla base di questa propensione ci sia, in primo luogo, il piacere. Tanto più che i Saggi non promuovono una concezione della conoscenza fine a se stessa, bensì di un conoscere finalizzato a uno scopo pratico, che sia d’ausilio al ben vivere. Un piacere, dunque, che è piacevolezza di stare con sé e con gli altri. Quel che credo emerga dalla lettura di Montaigne, è l’idea che la comprensione della propria e dell’altrui mente – l’ampliamento della coscienza – sia gratificante in sé e, solo in questo senso, utile. L’impegno profuso da Montaigne per capire l’umano è uno degli aspetti più rilevanti dei Saggi. A tal riguardo, forse non è superfluo ricordare che, alla corte del giovanissimo Carlo IX, egli ebbe modo d’incontrare alcuni amerindi, e che tentò di vedere il mondo con i loro occhi, ricavando giudizi non molto lusinghieri per la civiltà europea. Il saggio Dei cannibali, ad esempio, costituisce una delle prime feroci critiche – se non forse la prima in assoluto – che un europeo rivolge a quella che sarà chiamata cultura occidentale. Montaigne, non so quanto consapevolmente, è la prima (o una delle prime) coscienza critica dell’Occidente in chiave relativista. Il suo progetto non era stilare una classifica dei modi di pensare e dei costumi, era, invece, quello di comprenderli. Egli si pone in relazione all’alterità in maniera dialettica. E un ruolo non accessorio – ma neanche prevalente – è svolto dai libri.

Comprendere se stessi, il proprio io, agevola la comprensione del prossimo, e viceversa, come in un gioco di specchi. L’introspezione, l’analisi di sé, è anche un movimento verso l’altro. E il moto verso l’altro ha un effetto riflessivo. Montaigne pensa di avere imparato a capire meglio gli altri perché ha studiato la propria mente, e di avere compreso meglio la propria mente in virtù del suo relazionarsi agli altri. Non importa se questa estensione della coscienza renda eticamente migliori. Quel che conta, per Montaigne, è ricavarne uno stato mentale piacevole. Anche a prescindere da ogni intenzionalità, egli è stato il primo ad afferrare il valore dell’intersoggettività, cioè il concetto che l’identità individuale e collettiva è sempre – volenti o nolenti – il risultato delle relazioni che il soggetto tesse con l’Altro. Il suo ritiro a vita privata, avvenuto attorno ai quarant’anni d’età, non è sinonimo d’isolamento e di chiusura, né segna una netta frattura con la vita pubblica precedente. Indica invece una tendenza verso il raccoglimento interiore, che non esclude per nulla l’inclusione dell’alterità. Per esempio, oltre al viaggio in Italia, che lo condusse per le terre svizzere e tedesche, fornendogli infinite opportunità di incontri, negli anni Ottanta del Cinquecento fu per la seconda volta sindaco di Bordeaux, mostrandosi ancora una volta risoluto e all’altezza del compito.

Posto il legame imprescindibile tra l’io e l’Altro, Montaigne, in Dell’esperienza, scrive: «La parola appartiene per metà a chi parla e per metà a chi ascolta». È una frase più complessa di quanto potrebbe sembrare di primo acchito. Innanzitutto, essa afferma che la parola unisce e rende complementari gli interlocutori. Ma Montaigne subito dopo aggiunge: «Quest’ultimo [chi ascolta n.d.r.] deve essere pronto a riceverla a seconda della direzione che prende. Come fra coloro che giocano alla pallacorda [paragonabile all’attuale tennis n.d.r.], chi deve ricevere si sposta e si prepara a seconda di come vede muoversi quello che lancia, e della traiettoria che imprime al colpo». Qui Montaigne riprende una delle accezioni greche di dia-lógos, in cui il prefisso dia non indica solo il “mezzo” attraverso il quale due persone entrano in contatto fra loro, ma anche la “separazione” che il medesimo atto comunicativo comporta. Troppo serenamente noi moderni pensiamo al dialogo come a uno scambio piano e lineare. In realtà, esso nasconde sempre una tenzone, una sfida, un conflitto più o meno consapevole. In fondo, nel dialogo, entra in gioco l’io. Il dialogo, insomma, cela sempre una certa tensione che sta nel relazionarsi all’Altro e nel prenderne le misure. A ciò allude Montaigne quando associa la parola al gioco della pallacorda. Egli, che ha reso la spontaneità e l’apertura all’Altro elementi tra i più importanti della sua vita, ci mette in guardia dal sottovalutare i lati nascosti della comunicazione. Nel dialogo, non è questione di adeguarsi agli altri o di compiacerli, bensì di compiere, di volta in volta, la propria mossa. In Dell’arte di conversare Montaigne è chiaro: affinché un discorso fra due o più persone sia concludente, occorre mettersi in gioco in maniera consapevole. In sintesi, la parola, il dialogo, ha una doppia valenza, quella di apertura e di scambio, e quella di duello. Sono due facce della stessa medaglia. I due aspetti si compenetrano l’un l’altro. Qual è dunque l’atteggiamento più saggio da tenere? In Dell’utile e dell’onesto si legge: «Un parlar franco apre la via a un altro parlare, e lo tira fuori come fanno il vino e l’amore».

L’alterità che consente di conoscersi meglio è rappresentata, per Montaigne, anche dai libri. I suoi eroi erano Socrate, Lucrezio, Seneca, Plutarco, Sesto Empirico, solo per citarne alcuni. Ammirava Erasmo da Rotterdam. Non credo conoscesse Giordano Bruno. L’intera opera di Montaigne può essere letta come un immenso commento al suo io e ai suoi autori preferiti. Le citazioni e i riferimenti agli scrittori e ai filosofi non devono essere interpretati come uno sfoggio di erudizione, ma come uno strumento per lo studio dell’humanitas. Al pari di noi che ci rispecchiamo in lui, ciascuno a proprio modo e secondo le proprie capacità, così Montaigne si rispecchiava nei suoi testi prediletti, si fondeva con essi, trovava il suo io. Nel saggio Dell’educazione dei fanciulli, a proposito del suo rapporto con gli autori del presente e del passato, scrive: «Non parlo degli altri se non per meglio parlare di me stesso». Nella sua vasta biblioteca – straordinaria per l’epoca – trova un modo autentico ed efficace di confrontarsi con sé. In Dei libri, ammette di tacere, a volte, la fonte da cui prende in prestito i pensieri; ma è normale, lo fanno tutti. Però, non senza malizia, aggiunge che le sue omissioni sono per il bene del lettore, affinché questi continui a usare il senno, il discernimento, non lasciandosi abbagliare dalla fama dei nomi. È gustosa la maniera in cui scherza con il lettore: «Delle riflessioni, dei paragoni e degli argomenti che trapianto nel mio campo, mescolandoli con i miei, ho scelto a bella posta di tenere nascosto l’autore [...] Preferisco che [i lettori n.d.r.] diano un buffetto a Plutarco sul mio naso, e che si infervorino nell’insolentire Seneca in me».

Bibliografia
Montaigne, Dell’educazione dei fanciulli, Dei cannibali, Dei libri, Dell’utile e dell’onesto, Dell’arte di conversare, Dell’esperienza, in Saggi, Adelphi, 1966.
N.B. Per quanto riguarda le citazioni, ho talvolta ritenuto opportuno apportare qualche modifica rispetto alla traduzione di riferimento.


Mirko Bradley

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.