lunedì 11 settembre 2017

Interdipendenza e vacuità

La comprensione del non- sé e dell'impermanenza (trattati nell'articolo precedente) s'integra con quella dell'interdipendenza (pratityasamutpada) e della vacuità (sunyata). L'interdipendenza è l'origine interdipendente (relazionale) di tutte le cose o fenomeni. Ogni fenomeno è la risultante di una rete complessa di cause e, allo stesso tempo, uno degli elementi che generano un altro fenomeno. Per esempio, il legno è l'effetto del complesso ambientale in cui l'albero si trova e una delle cause del tavolo. L'interdipendenza ci aiuta, dunque, a capire meglio il non-sé: le cose sono prive di un'essenza fissa perché sono degli aggregati in continua mutazione (impermanenza). Non è forse inutile osservare che ciascun aggregato è esso stesso un composto. Si tratta di un processo indefinito, per il quale il punto ultimo della realtà non è visibile all'occhio della mente né a quello tecnologico, restando perciò indeterminato rispetto alla comprensione concettuale. Se ciò è plausibile, ciascuna cosa è al suo interno vuota (vacuità). Non esiste, pertanto, un nocciolo duro dei fenomeni, che sono, invece, al loro interno cavi. Per cercare di comprendere meglio la vacuità, possiamo pensare alla sopra menzionata rete di relazioni. I nodi e i fili della rete prendono forma, appunto, nello spazio vuoto. Il vuoto è, quindi, l'apertura di possibilità a partire da cui prendono forma le cose, così come il silenzio è la condizione di possibilità del suono. Allo stesso modo, per il buddhismo zen, non vi sarebbe percezione intellettuale del vuoto senza lo spazio lasciato aperto dal pieno, così come non percepiamo il silenzio se non in assenza di suono (interdipendenza). Non-sé, impermanenza, interdipendenza e vacuità sono i presupposti per accedere alla libertà.

Mirko Bradley

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